Dialogo con il compositore e maestro Enrico Morsillo

Avere un proprio blog è un’impresa tanto ardua quanto soddisfacente. Puoi davvero fare ciò che vuoi e quando vuoi senza doverti assoggettare a logiche e politiche di “mercato” (perché si, la scrittura è diventato business nel business) che ti costringono a dover dire quello che più conviene all’editore e nei tempi giusti per fare visualizzazioni.
Io voglio scrivere perché mi va, perché lo sento nella pancia come un pugno, come a farsi strada per uscire fuori e venire alla luce. Scrivo per necessità personale e leggo per bisogno viscerale.
È stato proprio per questo che ho accolto, veramente con gioia, l’idea di una cara amica che mi ha chiesto di pubblicare nel mio spazio dei suoi pezzi. Affinché ciò che prima era mio, quasi eremita e chiuso, potesse diventare un caloroso “nostro”.
Non c’ho pensato due volte ed eccomi qui a pubblicare il primo pezzo di MTF (così si firmerà) su un grande artista, Enrico.
Ma prima di lasciarvi alle loro parole inebrianti vorrei solo scrivervi due parole su di lei, l’autrice di questo scritto. Lei è un punto di riferimento per la cultura del nostro paese, artista poliedrica e anima ruggente. Combattente come un leone ma fragile come cristallo che riflette la luce più bella, lei è una donna che stimo moltissimo e che con le parole ci sa fare parecchio. Ho imparato molto da lei e continuo a farlo. Sono onorata di averla, ancora una volta, al mio fianco.
Godetevi questa perla, buona lettura!
Maria Lucrezia

Mi prendo questo spazio che gentilmente Maria Lucrezia mi concede per provare a conoscermi meglio, a sperimentare zone di me, a me ignote, tramite il confronto, il dialogo, soprattutto l’ascolto. Degli altri e di me stessa e della risonanza delle loro parole in me. Ho sbagliato, dovevo dire non degli altri ma dell’altro, in quanto altro a me stessa:
“l’altro dall’io che è il tu e l’altro dell’io che è il sé autentico”, come saggiamente dice il Prof.re Bellingreri.
Una sorta di “1. ce l’ho, 2. ce l’ho, 3. mi manca” e “a questo non ci avevo pensato”. Una sorta di costruzione a tante mani di una mappa, che dia le coordinate al mio stare nel mondo. Alla domanda chatwiniana “Che ci faccio qui?”.
Ma per questo non mi rivolgo a illustri letterati e filosofi ma a chi, nel nostro piccolo incedere quotidiano, incontriamo e ci pare brilli di una luce singolare e accogliente.
Cura credo che sia la prima coordinata da seguire. Cura. Ho appena scoperto dal dizionario etimologico che cura e curioso hanno la stessa radice. E la cosa mi piace, molto.
Vorrei partire, per questo viaggio, con una persona speciale.
Lui è accogliente, sempre, trova sempre spazio e modo, tra i suoi mille impegni, per confrontarsi, per discutere di idee, di progetti e, nel mio caso, per rispondere a qualche domanda.
-Io penso che si debba amare l’etimologia delle parole. La Postorino nel suo “Nei nervi e nel cuore” la pensa come me e citando Balzano (che non so neanche chi sia, a onor del vero, ma la citazione mi è piaciuta e perciò!) dice che “la ricerca etimologica è la militanza, la capacità di intervenire e reagire ricordando la lunga storia che ogni parola si porta dietro, contro possibili appropriazioni indebite e utilitaristiche”. –
Bisogna amarla, dicevo, soprattutto se ti trovi a parlare con lui che oltre ad amarla, la conosce e, credo, la possegga e di lei ne fa abito.
Enrico Morsillo, per chi non lo conoscesse, è un compositore visionario, per me poeta, che interpreta la realtà naturale degli eventi, dei sentimenti, dei mutamenti, con l’unico linguaggio che gli riesce naturale ancor prima della parola (e nel suo caso, per quel che mi riguarda, la parola, il pensiero, gli è più naturale del respiro).
Forse inizio male però: di sé non ha e non vuole definizioni né tanto meno ne cerca. Non si rivede neanche nella definizione di compositore perché, dice, è essa stessa, per l’appunto, una definizione, aggiungendo: “Io ho studiato affinché qualcosa mi desse l’assetto per uscire dalla definizione e dalla definizione di ragazzino che è quella che hai fin quando non cerchi altro: chi non cerca altro poi diventa uomo, adulto soprattutto, io cercherò di non diventarlo mai e cercherò quindi costantemente di capire dai presupposti che la formazione mi ha dato come non affrontare questo mostro che è la secchezza della vita in un ruolo perché, molto accettata, condivisissima, ma non mi rappresenta.”
Io invece un ruolo nella società lo cerco, una definizione, qualcosa che mi dica chi sono e a cosa, a chi serve il mio agire. Ha senso per me se ha senso per gli altri? Non so rispondere al momento. Sono tante cose e nessuna. Forse più che di definizioni abbiamo bisogno di una forma, mi dico. E io non so quale sia la mia e spazio dal vapore a forme fin troppo spigolose.
Gli chiedo, forse la cosa più ovvia che potesse sentirsi chiedere, ovvero cosa sia la musica e cos’è per lui, nella sua vita.
“La musica è un linguaggio che come tutti i linguaggi ha la sua codificazione, ma ha la fortuna di essere più trasversale perché non è legata alla parte semantica in senso neomatico, cioè non hai le singola parole a dover comporre un pensiero e quindi a dover essere poi traslate e rese intellegibili poi in altre forme, in altre lingue. La musica è un linguaggio estremamente vivido ed ha una caratterizzazione che nessun altro linguaggio verbale, o sonoro perlomeno, ha: cioè la possibilità della contemporaneità. Molti soggetti possono esprimere un pensiero soltanto se lo fanno nello stesso esatto testo, in una lingua, mentre in musica c’è questa ricchezza che è dettata dall’armonia di diverse voci. (…) Non è una questione di massa, la questione di grande risorsa sta nella contemporaneità degli oratori. Per me è presa di coscienza, in questo momento della mia vita soprattutto. Il modo in cui grazie al fatto che io ho questo processo così autentico, genuino e incontaminato, io stesso riesca a rendermi conto di quello che sto vivendo, di come lo vivo, di come mi capita, di quello che mi avviene e di quello che sto anche provando, perché metabolizzare un sentimento verbalmente richiede un aspetto razionale che è mediatico, ti accompagna l’essere-chi sei, dal personaggio al sentire vero. (…) Grazie alla musica non c’è proprio margine più di definizione e mi rendo conto di ciò che veramente più profondamente mi riguarda, mi appartiene e mi caratterizza in un periodo della mia vita, fra l’altro non immediatamente generalmente. Ho bisogno di comporre delle cose che poi ascolto dopo settimane, mesi e mi rendo conto di come stavo. (…) Non è una mia sovrastruttura la musica, non è qualcosa che concepisco al di fuori di me, è il mio modo in lingua di essere. Quale lingua? La musica. Ma è io che sono perché c’è una lingua che me lo permette, che è la musica.(…) Ho iniziato a suonare a 3 anni e ho dei ricordi di allora. Ho sempre detto di volere avere a che fare con la musica, in parte perché sensibilizzato da mia madre che in gravidanza ascoltava tanta musica classica.”
Penso a quanto debba essere fortunata una persona che abbia un traduttore, non simultaneo però, purtroppo, di se stesso e dei suoi moti interiori. Padrone (nel senso di padronanza, non di possesso) di un linguaggio che scava per lui nel suo inconscio che diventa consapevolezza, anche se lui precisa che preferisce pensare questo processo, come indirizzato verso l’inconsapevolezza, l’incoscienza. Ma siamo lì. Il concetto è quello e immagino sia chiaro.
La sua musica, quella che lui chiama autentica, non ha destinatario, non ha scopo: è musica, ed è sacra. Non c’è mediatore quando fa musica veramente e lui stesso dice: “Quanto posso entrarci io con le produzioni moderne che cercano soltanto uno stupore che però è uno stupore per la massificazione, quindi un modo di rendere greve e inelegante, perché a terra deve stare, qualcosa che per me è sacro.”
Non ha mai pensato di vivere solo di musica e ha sempre dei ripensamenti legati a come continuare a far sì che una forma così lirica e bella sia anche libera, libera da quello che altri vorrebbero per lui. Non ha mai voluto diventare famoso, qualcuno, non ne sente il bisogno, la necessità, l’urgenza. Lui è. Al di là di quello che immaginiamo lui sia, vorremmo lui fosse e facesse.
“Per me è un linguaggio, non è un modo per fare soldi. Se c’è qualcosa di genuino e sincero e prevede la possibilità della mia partecipazione si verificherà, molto raro che questo accada. Io mi questiono sulla concessione dell’esito del mio rapporto con la musica. E poi, una volta che è fatto, che te ne fai? Questa è la mia questione.”
Arrivando a un certo punto della sua vita, siamo nel periodo del lockdown, decide di trasferirsi a Marineo, terra natale della madre e di lasciarsi alle spalle delle prospettive, città, modi di vivere e di concepire la musica e la vita stessa con i quali lui sentiva di non potere più avere a che fare.
“Ho lasciato alle spalle una città nella quale non stavo bene, Milano, che non è compatibile con la mia modalità di vita e col mio stare al mondo. Ho lasciato una prospettiva anche differente, perché poi, per quanto io non stessi bene a Milano, avrei potuto trovare un’applicazione come sinfonista in altri studi di registrazione, continuare a perfezionarmi nella musica elettronica, continuare a corroborare la mia padronanza nel mondo dei sintetizzatori e lavorare in studi che mi permettessero di essere coautore di colonne sonore, di musica per teatro. Invece ho scelto la vita dell’uomo umano e basta, la grazia che mi è arrivata nello stare qua. Stare qua è per me avere uno stato di grazia, almeno quando sono arrivato. Vivo uno stato di grazia perché sono un nessuno, non è assolutamente importante che io sia qualcuno e per me questo è stato un modo di favorire quella mia ricerca che per me è molto più importante di riuscire a realizzare un sacco di prodotti. Se tu fai la cosa, non fai la coscienza, non mi interessano le cose e quello che mi sono lasciato sono le cose, gestisco un sacco di cose ma non ho cose mie, cose che sono funzionali ad altro, che non è la cosa ma è l’essere.”
Per lui Marineo, come la Sicilia, è ricca di contrasti molto forti che coesistono rendendosi paradigma di quella che è la crudezza della vita (nuda e cruda). “In Marineo –dice- sopravvive un grande senso di libertà e un grande senso di comunità. Ed è bello vedere che c’è armonia.”
A Marineo si dà subito da fare e fonda Erre, Bottega d’arte, uno scrigno magico fatto di musica, condivisione, cura, cultura, disciplina. Gli chiedo cosa sia per lui la disciplina e perché sia così importante. La risposta è illuminante: “Il proprio passo, è il rispetto del proprio metro. Ognuno ne ha una, ognuno ha la fatica di confrontarcisi (…). La disciplina è la contezza del proprio metro, del proprio passo e avere poi la serietà che non è lugubre, non è fastidiosa, non è pesante, è necessaria a portare avanti il cammino. Se si capisce di avere delle abilità è grazie ai passi che si fanno, trasformare il passo in cammino è averlo disciplinato, è aver anche dato una misura e un compito, quasi, a questi passi.”
Di lui penso che ancor prima del talento della musica, possegga il talento della vita, o forse, nel suo caso, sono vicendevoli.
-Il mio dizionario etimologico dice che il significato originario di talento sia “bilancia, misura, divenuto poi ingegno e anche sinonimo di genio, desiderio, inclinazione, abilità”.–
Per lui la differenza tra talento e genio invece c’è e gli è chiara come l’acqua cristallina. “Il talento è la disciplina, è il passo che hai dato alla cosa che è talmente evidente nella sua sistematizzazione, nel suo essersi portato avanti con rispetto da emergere, cosa molto differente dal genio: il talento fa cosa di meglio gli riesce, il genio fa delle cose delle quali non ha la più pallida idea di come le sappia fare. Sono gli antipodi della creatività. C’è una creatività sistematica e talentuosa che emerge perché sa perfettamente cosa sta facendo, si è misurata e ha misurato anche il suo confronto e quindi lo esprime e lo espone e poi c’è il genio che è l’imprevedibilità, perché è nuova la forma, non ha nemmeno idea di chi la sta cercando e quello che sta facendo. Può funzionare come no. Chissà quanti Chagall che abbiamo perso. Molti ne vengono talmente assorbiti da non riuscire, il talento riesce sempre, perché calibra, cammina con disciplina, molto più che con estro.”
Mi chiedo cosa o chi abbia influenzato così fortemente la formazione della sua persona. E nel chiederglielo mi aspetto chissà quale nome altisonante di un musicista che di certo non conosco o di un filosofo o di un letterato. Invece no. “Mio padre, mia madre e Antonio Di Pofi, il suo maestro di composizione” mi risponde.
“Mio padre è una persona serissima, preparatissima e anarchica al tempo stesso. Non ama le farse, ama lo scherzo, il brio, la libertà ma non la farsa e questa cosa mi ha responsabilizzato sin da piccolo. Mia madre perché ha un letto di bontà e amorevolezza meravigliosa. È stata il veicolo grazie al quale ho dato una dinamica, un senso a questa grande struttura. Antonio Di Pofi è chi mi ha permesso il linguaggio con il quale io avessi il confronto più autentico con me stesso e portassi avanti determinate opere dell’essere umani.”
A questo punto, certa del fatto che non sogni di essere un signor qualcuno, gli chiedo qual è il suo sogno. E anche lì, mi spiazza, come fa chi credi di conoscere ma non afferri.
Sogna un mondo dove ci sia, e cito testualmente: “la gentilezza che porta alla cura delle cose.”
E continua: “Mi immergerei molto volentieri in dei contesti gentili da cui la cura e la cura del pensiero che si fa atto. Questo per me è come dovrebbe funzionare l’esistenza. Soprattutto garantirebbe un senso di comunione, che è diverso dalla comunità, per esempio a Marineo c’è un grande senso della comunità. Conta che tu ti immerga nella mia e io nella tua sacralità perché è naturale che ci sia questo scambio tra vividezze, tra espressioni così brillanti e briose della propria coscienza che diventa il viatico dell’esistenza, grazie a te che fai sentire, tramite te, una porzione dell’universo. In ciascuno di noi risuona qualcosa di diverso rispetto all’altro, il rapporto di queste risonanze, se curato permetterebbe la comunione.”
E io lo stimo questo ragazzo dallo sguardo trasparente, vivo, che sogna ciò che per me ha il sapore utopico dell’improbabilità se non addirittura dell’impossibilità. Questo ragazzo che sorride e ringrazia. Anche se a fargli delle domande è una signora nessuno. Ringrazia. E abbraccia.
MTF