
ULTIMO GIORNO di SEQUESTRO
Stamattina mi sono svegliata con un raggio di sole che trapassava le palpebre ed arrivava direttamente sulla cornea.
Se fosse stata un’altra mattina, probabilmente, avrei riso a questo gioco beffardo della stella più bella dell’universo, ma oggi no.
Oggi era l’ultimo saluto di un amico fraterno che, con il suo alternarsi con il buio, ha scandito il mio tempo.
So che oggi è il mio ultimo giorno sulla terra, me lo sento nella pelle fino a dentro il midollo.
Se nessuno interverrà verrò decapitata, come è già successo a molti altri compagni e compagne prima di me in queste segrete.
Cerco di trovare il punto esatto dell’inizio di tutto questo e non posso non ricercarlo che nell’amore verso una delle mie terre: l’Eritrea.
L’Eritrea l’avevo sempre demonizzata oppure l’avevo sempre idealizzata in maniera stucchevole.
Mia madre non ne parlava mai e quando provavo a chiederle qualcosa le veniva un nodo in gola che si traduceva in fastidio.
Mia nonna Matilda mi aveva parlato dell’Eritrea tramite la sua conoscenza approfondita degli Eritrei e il resto lo avevo appreso un po’ dai libri e poi da Internet.
Sapevo che la situazione era difficile e che Asmara, anche se somigliava ad una piccola Roma, non riusciva più a gestire il clima di odio che il leader politico al potere diffondeva insieme alla paura.
Ragazze e ragazzi scappavano perché la leva militare era obbligatoria e tutti sapevano quando iniziava e mai quando finiva.
Il lavoro scarseggiava e l’istruzione non era di certo una priorità.
La situazione economica era più che disastrosa e la povertà cresceva insieme al malcontento.
La libertà di parola e di stampa erano limitate e quello che era rimasto dell’Italia (anche le cose buone come la scuola italiana) arrivava solo alla poca élite del paese lasciando solo polvere agli altri.
Avevo visto la mia gente e quei luoghi prendere vita, romanticamente, per la prima volta, nel videoclip di “Al Chiaro di Luna” di Jovanotti e da quel momento una luce si accese dentro di me (ti riporto sotto i miei versi preferiti):
“Proverò a pensarti mentre mi sorridi
La capacità che hai di rasserenare
Mi hai insegnato cose che non ho imparato
Per il gusto di poterle reimparare”
Quella luce cercai di ignorarla per molto tempo ma un evento le permise di manifestarsi: la morte di mio zio Giuseppe (fratello di mio papà).
Quando muore qualcuno non avverti subito il vuoto perché prima devi realizzare di averlo.
I primi tempi sono un continuo: “E tu zio che ne pensi?”, “Ora lo chiamo”, “Hai chiesto allo zio?” e “Ora lo porto allo zio.”
Conviviamo con l’idea della morte sin dalla nascita ma per quanto ci prepariamo per tutta la vita non siamo mai pronti quando la incontriamo.
Succede sempre qualcosa di molto strano quando a morire è qualcuno di giovane. Improvvisamente il dolore che senti dentro viene condiviso anche dalle persone che non conosci, che quel lutto non l’hanno vissuto direttamente. E sai perchè?
Perchè non importa chi sei o cosa hai fatto, se sei morto giovane di sicuro ancora “potevi fare” e questo basta a tutti per provare dolore.
Mio zio era la persona più generosa che potesse esistere su questa terra.
Gli volevo così bene e, nei momenti in cui la mia famiglia era sconquassata da una quotidianità che si faceva sempre più difficile, riusciva ad essere sempre il mio punto di riferimento.
La morte improvvisa non ti chiede, non ti prepara ma soprattutto non ti permette di salutare chi se ne va.
L’ultima volta che l’ho sentito era quasi incosciente ma nei pochi momenti di lucidità mi disse che non ce l’aveva con me e che mi voleva bene.
Il suo “Ei gioia” risuona ancora come eco nelle mie orecchie.
Il suo perdono però non ha mai rispecchiato il mio nei miei confronti perché l’idea di aver litigato con lui nell’ultimo giorno della sua esistenza mi spezza in due.
Dopo la tumulazione, corsi in agenzia di viaggio e, con sorpresa dei presenti, presi un biglietto per Asmara. Avevo scelto una data di partenza ma nessuna di ritorno.
Sarei partita la settimana dopo e non avrei detto niente a nessuno perché sennò me lo avrebbero impedito.
Il volo sarebbe durato parecchio e gli scali previsti erano due: Fiumicino e Addis Abeba.
In quella settimana pre-partenza preparai, in maniera discreta, uno zaino con indumenti neutri, una macchina fotografica, il telefono spento (da accendere per bisogni urgenti) e il mio pc. Fortunatamente l’idea di vivere senza carta mi stupì, anche quella volta, e decisi di portare questo taccuino e questa penna blu che adesso mi stanno salvando la vita.
I soldi per quel viaggio li avevo rubati da quelli per il mio futuro.
Nonna Matilda aveva creato un fondo fiduciario per me e Cloe, era la sua eredità per noi e per i nostri progetti.
Io ero riuscita ad aggirare il funzionario della banca ed avevo prelevato la mia metà senza che venisse notificato né a Cloe, né ai miei. Li avevo cambiati, non con poche difficoltà, in Nacfa Eritrei e li avevo inseriti in una nuova carta di credito da poter usare ovunque nel mondo.
Fortunatamente il passaporto era ancora in corso di validità e con facilità ho controllato i vaccini consigliati tramite il reparto di malattie tropicali.
Stavo partendo perché l’Eritrea era la mia ultima spiaggia.
Se non avessi trovato il mio posto nel mondo, che tanto desideravo, nemmeno lì non avrei più avuto speranza ed avevo deciso che l’avrei fatta finita, per davvero, perché non riuscivo più a sostenere il peso di un’esistenza infelice e priva di scopo.
Stavo lasciando la mia famiglia, il mio sogno lavorativo e te solo per trovare me stessa.
Ne valeva la pena?
Anche se tutto questo mi ha portato a questo presente e probabilmente non vedrò più la luce del mondo: io ti dico di sì.
Partii una mattina senza lasciare traccia e il modo in cui non vi ho detto addio mi perseguiterà come colpa fino all’Inferno.
Quando arrivai in Eritrea sentii una strana pulsione che mai avevo provato. Il biancore di quella città così italiana, la gente pacifica e l’aria poco inquinata mi hanno dato una scarica di serotonina.
Trovavo corrispondenza tra il mio viso e quello delle altre ragazze che quasi mi parve di specchiarmi.
Sentii mia madre vicina, le mie origini rinascere e quell’inquietudine fermarsi.
Dentro di me per la prima volta c’era musica, né rumore né silenzio. Ma solo musica.
I primi dieci giorni, all’Albergo Italia, furono tra i più belli della mia vita.
Leggevo gli ebook scaricati sul PC, scattavo foto e godevo di quel sole cocente.
Ben presto, però, mi accorsi che la mia situazione da “turista” non rispecchiava affatto la condizione della “mia” gente.
La recente chiusura della scuola italiana, la chiamata alle armi sempre più precoce e una povertà generalizzata, che toccavo con mano, erano elementi esplosivi di una bomba che presto sarebbe scoppiata.
Il mito dell’Italia era però vivo.
Chiunque sapesse che fossi italiana mi abbracciava e nei sogni dei più giovani c’era quella “Terra agiata”, la mia Italia, dalla quale io scappavo.
Avevo conosciuto una ragazza del posto, Fatma, aveva la mia età. A breve sarebbe tornata nell’esercito dopo un congedo straordinario che aveva ottenuto per prendersi cura della nonna malata (per riuscire ad averlo aveva fatto delle cose così mortificanti ed indicibili che piangeva al solo pensiero).
Sua nonna dopo soli tre mesi era morta e nulla poteva più trattenerla a casa.
In attesa di ricevere la sua convocazione stavamo a parlare al bar per lunghe ore.
Mi sentivo una persona migliore quando le stavo accanto ed io, in cambio, le trasmettevo quella serenità che non trovava altrove. Ci eravamo dette così tante cose che ormai non sapevamo più che dire. Io ormai parlavo l’arabo come l’italiano e lei aveva perfezionato il suo italiano aggiungendo un lieve accento palermitano. Mi faceva ridere quando se ne usciva con battute in dialetto.
Il nostro grado di confidenza era così alto che una sera, mentre eravamo sdraiate nel letto della mia camera, mi disse:
“Dopodomani me ne andrò. Mia nonna ha pagato con i suoi beni (casa compresa) il mio viaggio della speranza verso l’Italia. Ho paura di andare da sola, so cose della Libia che non mi fanno stare tranquilla. Hai soldi? Mi faresti compagnia almeno fino a lì?”
La sua proposta mi spiazzò ma ancora di più l’idea di vederla intraprendere quel viaggio, che sapevo fosse pericoloso, mi fece tremare ogni centimetro di corpo.
Sapevo che morire era più facile di sopravvivere ed anche a farcela non si sarebbe mai più stati gli stessi.
Mia madre ne era un esempio.
Però chi ero io per negarle una possibilità?
La speranza nei suoi occhi non mi permise di rifiutare.
In Eritrea mi sentivo finalmente bene ma Fatma era la prima persona con cui mi sentivo pienamente me stessa.
Forse amavo l’Eritrea perché amavo come la gente di lì mi faceva sentire: normale.
Quando le dissi di si, mi abbracciò e ci sciogliemmo in un bacio.
La tenerezza che c’era tra noi non c’entrava nulla con l’eros, né tanto meno con l’amore. Ci eravamo trovate nel bisogno di appartenere a qualcuno e di avere complicità e compagnia.
In lei mi vedevo come sempre avrei voluto essere.
Quando incontrai il tizio losco con cui Fatma mi aveva fatto prendere appuntamento gli diedi una cifra così enorme che sinceramente non so neanche tradurla in italiano ed in euro.
I miei risparmi erano finiti.
Ero in ansia, avevo paura che scoprissero che fossi italiana e che, in qualche modo, il mio interrompere il viaggio in Libia potesse creare dei problemi a Fatma.
Avevo paura che pensassero fossi un’infiltrata e che questo potesse ritorcersi come boomerang sugli altri passeggeri.
Chi gestisce questi traffici è molto diffidente e mi avevano permesso di aggiungermi all’ultimo solo perché uno dei passeggeri era morto prima di saldare il debito e a loro serviva la cifra per intero.
Avevo raccolto le mie cose nello zaino e la notte dopo quell’incontro partimmo con una Jeep malandata.
Brenda, amore mio,
ciò che hanno visto i miei occhi non trovano parole in queste pagine.
Mi trema la mano al solo pensiero di scriverle.
Quella situazione così anormale aveva smosso in me, che sapevo di avere più privilegi di loro perchè ero nata in una parte fortunata del mondo, il bisogno di fare qualcosa.
Da sola non avrei fatto nulla, l’Italia e il mondo tutto dovevano sapere cosa succedeva veramente. Era necessario che gli occhi di tutti vedessero quello che avevo visto io.
Presi la mia macchina fotografica ed iniziai a scattare, di nascosto, delle foto.
La paura di essere scoperta era minima rispetto alla rabbia che quegli scatti mi muovevano.
I campi di detenzione libici erano l’orrore più grande al quale il mondo avrebbe dovuto assistere.
Una notte ero stremata vicino al corpo stanco di Fatma che finalmente riposava. Prima di addormentarsi mi aveva chiesto di nuovo perdono per avermi coinvolto in quella melma e mi pregava di andare via in qualche modo, anche rivendicando la mia cittadinanza italiana. Era un suicidio, e lei lo sapeva, ma apprezzavo il gesto.
Quella stessa notte capii che se avessi aspettato ancora non solo non avrei resistito fisicamente ma soprattutto Fatma avrebbe potuto perdere la vita. Mi presi di coraggio e approfittando del sonno generale presi il computer.
Nessuno mi aveva mai controllato lo zaino ed io ero stata bravissima a nascondere tutto.
Scaricai tutte le foto e riaccesi il mio telefono per farmi da router.
Avevo 480 chiamate perse da parte della mia famiglia, un migliaio di messaggi e una denuncia di scomparsa a mio nome.
Chiunque si era mobilitato per trovarmi e probabilmente in quel momento mi stavano già cercando in Eritrea perché era lì che si erano perse le mie ultime tracce.
Con la carta a mio nome avevo prelevato l’intera cifra rimanente da dare agli scafisti.
Sapevo che il tempo era poco ed anche il mio cellulare non era affidabile.
Avevo cercato le email dei principali giornali italiani, della Farnesina, della Croce Rossa e persino dell’Onu ed avevo inviato un’unica email in inglese che conteneva anche 10 delle foto che avevo fatto (per me le più significative) e cliccai “invio”.
Quel tempo mi parse infinito e mentre fissavo lo schermo mi guardavo in ogni direzione per paura di essere scoperta. Nel silenzio di quella notte il mio telefono squilló.
Era un tuo messaggio.
Recitava così: “Non importa in quale parte del mondo ti sei nascosta. Il mio amore arriva fino a lì”.
Mi crollò il cielo in testa perché probabilmente mi sarei aspettata tutto ma non quello.
Nell’intorpidimento che quelle forti emozioni mi avevano provocato sentii delle mani calde attorno al collo stringere e una parola incomprensibile seguita dal tonfo di qualcosa che mi colpì sulla testa.
Mi risvegliai qui, in questa cella sotterranea fatta di sabbia e pietra dove a stento passa l’ossigeno. Una piccola finestra con grate dà sul nulla.
Nel mio zaino, buttato a terra, non c’era più nulla se non questo taccuino con la penna blu.
Non avevo acqua né cibo ed avevo perso la cognizione del tempo.
Quanto tempo era passato da quella notte? Quanto avevo dormito?
Il mal di testa era insopportabile, penso di aver perso anche del sangue ma non riuscivo a percepire bene il mio corpo in quello spazio.
Dopo poco dal mio risveglio due uomini incappucciati che parlavano un arabo che non capivo vennero a prendermi e mi trascinarono in una cella adiacente.
Lì iniziarono a colpirmi ad ogni domanda che mi ponevano, domande alle quali non rispondevo: primo perché non capivo e poi perché non volevo dire nulla.
Ero come anestetizzata perché il dolore non lo percepivo forte come il sangue che sgorgava.
Un unico interrogativo mi frullava nel cervello: l’email si era inviata?
Ad un certo punto entrò un uomo diverso dagli altri presenti nella stanza. Era curato, elegante e sembrava il capo.
In un arabo chiaro e conciso mi disse che mi avrebbero ucciso perché non solo ero italiana, quindi un’occidentale, ma soprattutto ero una minaccia per la loro organizzazione.
Mi disse che avevano trovato tutte le mie foto e i miei dispositivi elettronici. Tutti loro erano convinti fossi una spia inviata dalle forze occidentali.
Risi all’idea e ricevetti un calcio alla schiena come punizione.
L’uomo ben vestito uscì dalla stanza e poco dopo anche io tornai nella mia cella con una condanna ed un interrogativo che pendevano sulla mia testa.
In pratica quando meno me lo sarei aspettata sarebbero venuti per decapitarmi.
Proprio adesso che stavo imparando ad apprezzare la vita vengo punita con la sua brusca sottrazione.
Tuttavia non riesco a rassegnarmi.
L’idea che forse il mondo non saprà mai cosa succede in quei campi e il grande interrogativo di Fatma, che magari avrà subito delle ripercussioni a causa mia, mi fanno sentire ancora troppa adrenalina addosso.
Ti scrivo con una tale frenesia perché so che ogni rigo potrebbe essere l’ultimo.
Ho pensato di fare come Catone l’Uticense e suicidarmi pur di non piegarmi ma una speranza me lo impedisce: il messaggio veloce di risposta che ti ho inviato con su scritto “Ti amo” prima di essere colpita.
Forse mi geolocalizzeranno, forse collegheranno il mio invio dell’email ad una richiesta di aiuto e magari arriverà qui qualcuno a salvarmi.
Sono sogni, lo so.
Ma non possono togliermi anche questi.
L’ultima grazia che ho chiesto, prima di morire, è che questo scritto, per mano di Fatma, arrivi a te.
Spero lo facciano.
Non si tradiscono mai le ultime preghiere di una condannata a morte, pena la furia di Allah!
Sento aprire il chiavistello.
La mia ora è giunta.
Spero che il mio sacrificio non sia stato vano.
Custodisci il mio nome dentro al tuo cuore,
fallo radicare nella tua mente
e incatenalo alla tua anima.
Ti amo. Ti amo. Ti amo.
Il mio nome è Maelle.
“I libri si fanno solo per legarsi agli uomini al di là del nostro breve respiro e difendersi così all’inesorabile avversario di ogni vita: la caducità e l’oblio.”
Stefan Zweig
CONCLUSIONE
Quella notte di silenzio del commissariato venne interrotta dalla chiamata improvvisa della Commissaria.
Il telefono sulla mia scrivania squillò e subito mi ripresi dallo stato di trance nel quale ero entrata per poter rispondere.
“Lavinia, scusa, puoi venire nel mio ufficio?”
La sua voce era stranamente cupa, distante e molto molto formale.
Risposi solo “ok” e mi alzai di colpo dalla sedia.
La stanza iniziò a girarmi intorno e capii che il brusco movimento mi aveva creato un repentino cambio di pressione sanguigna.
Mi appoggiai al mobile alto che avevo dietro e ripresi fiato.
Ero impresentabile. Avevo gli occhi gonfi dal pianto, il rossore che si irradiava dal petto fin sulla gola e le mani sudaticce.
Dopo aver finito di leggere quel maledetto taccuino avevo solo bisogno di prendere il mio sonnifero e dormire.
Ma non potevo per molteplici ragioni: innanzitutto ero in servizio e poi non era di sicuro il modo giusto per affrontare il problema.
Quando varcai la porta della mia superiore mi trovai davanti uno spettacolo che non avrei mai immaginato di vedere: Brenda era lì.
Si esatto quella Brenda del taccuino, la vera destinataria di quelle pagine.
Maelle l’aveva descritta così bene che non feci fatica a riconoscerla.
Era distrutta.
La sua bellezza innata veniva turbata da un volto pieno di solchi causati dal sonno arretrato e dal nervosismo per l’accaduto.
Emanava anche un leggero maleodore ma era stata a vegliare in ospedale per giorni, era più che giustificabile.
Nonostante tutto però aveva una gentilezza nello sguardo che mi rapì.
Mi sentii così tremendamente a disagio per quei segreti che sapevo, a causa della mia malsana curiosità, che abbassai subito gli occhi e mi sentii in colpa nei confronti di quella ragazza spenta e sfiorita.
La commissaria mi riportò subito alla realtà dicendomi: “Agente vada a prendere lo zaino e metta dentro tutti gli effetti personali”.
Il tono che la commissaria aveva assunto e le parole che aveva usato erano quelle della solennità dei ruoli che sapevamo di avere ma che nella nostra quotidianità dimenticavamo perché l’amicizia era diventata più forte.
Annuii senza dire una parola e girando i tacchi mi mossi, di nuovo, verso la mia scrivania.
Presi tutto quello che mi aveva chiesto.
Prima di infilare il sacchetto dentro lo zaino sfiorai ancora una volta quel taccuino e dissi grazie, tra me e me, per quello che Maelle, senza neanche conoscermi, mi aveva insegnato.
Mi scese una lacrima ma subito la fermai prima che mi rigasse il volto.
Quando tornai nell’ufficio della commissaria, con mano tremante, porsi lo zaino a Brenda e lei scoppiò a piangere. Non riesco a capire se dalla gioia oppure dal dolore ma lo sentii come un qualcosa di liberatorio.
In quel momento esatto il mio telefono squilló, di nuovo, ma questa volta era quello personale e a chiamare era mia moglie Ilaria.
Risposi istintivamente perché mi preoccupai tremendamente; lei non chiama mai quando sono a lavoro e soprattutto di notte. Nel mio cervello si sono catapultati tre mila pensieri ed ho pensato: “Sarà successo qualcosa”.
Dall’altro capo del telefono la voce di mia figlia Nevea mi fece risvegliare e al suo “Mamma mi manchi, quando torni? Io non riesco a dormire se non mi racconti la favola” non riuscii più a trattenere le lacrime.
In quel momento pensai a quanto fossi fortunata ad avere tutto quell’amore che fino alla mattina disdegnavo per la sua “troppa normalità”. Ho pensato a Maelle e a quanto soffrisse la mancanza di tutto questo, quanto l’avesse cercato con tutte le sue forze e mi sono sentita un’ingrata.
Ma allo stesso tempo un pensiero mi ha sfiorato la mente e all’improvviso mi sono resa conto di quanto il destino di Maelle sarebbe potuto essere il mio. E questo mi ha fatto enormemente paura.
Avevamo un punto di partenza in comune: anche io sono nata per metà italiana e per metà africana, anche io sono stata per molti un reietto e per altri la “poverina” ma la differenza tra me e lei è che a me andava bene così.
Mi sono sempre accontentata di vivere nell’ombra, di fare tutto quello che volevano gli altri pur di essere accettata, non ho mai lottato per trovare me stessa e soprattutto non ho mai voluto cambiare il mondo.
Mi sono sempre adattata agli altri perché pensavo che la serenità fosse felicità.
Perché in fondo mi faceva comodo essere invisibile, mi piaceva non avere alcun peso sulle spalle e in questo acquario in cui vivevo mi sentivo protetta. Ma adesso penso che anche io avrei voluto sognare il mare proprio come ha fatto Maelle.
Perché seppur provo angoscia a pensare alla sua storia, la sua libertà mi fa invidia.
Perché seppur mi sento fortunata ad essere circondata d’amore provo pena nel non amarmi abbastanza da lottare per me stessa.
Ma ciò che ammiro di questa ragazza, più giovane di me, è la sua forza.
Mi ha insegnato più lei che qualcuno dei “piani alti” che ogni giorno mi ronza intorno con l’aria di “so tutto io”.
In tutto questo turbinio di pensieri mia figlia, al telefono, aspettava una risposta quando all’improvviso sento Ilaria, con voce assonnata, prendere il telefono e dirmi: “Scusa Lav ma Nevea si è alzata ed ha fatto il numero da sola. Tutto bene non preoccuparti ora la rimetto a letto. Ti amo.”
Poso il telefono nella tasca ed alzo lo sguardo, la commissaria e Brenda mi fissavano e quel “ti amo” mi trapassava ancora le orecchie.
Non riuscivo a smettere di pensare che Maelle un “ti amo” alla donna che amava profondamente non gliel’aveva potuto dire e che quella donna ora era davanti a me.
Così, contro ogni procedura e regola, mi avvicinai a Brenda e prendendole le mani le dissi guardandola negli occhi: “Lei ti ha amato come nessuno ha mai amato qualcuno in questo mondo”.
Gli occhi di Brenda cambiarono luce e si gonfiarono ancora più di lacrime.
Divenne luminosa e sentii che il suo cuore provò un attimo di sollievo.
Il telefono d’ufficio della commissaria squillò prima che lei potesse rimproverarmi e prima che Brenda potesse dire qualcosa.
La nostra attenzione si spostò su di lei che rispose prontamente.
Dopo qualche secondo, annuendo a ciò che le dicevano al telefono, accennò un sorriso.
Sapevo dentro di me che qualcosa di grande stava accadendo.
Poco dopo la commissaria chiuse velocemente la chiamata con un: “Riferisco subito, grazie”, e in maniera concitata posò la cornetta.
Si girò verso noi ed esclamò: “Si è svegliata“.