
2. Burundanga (Respiro del Diavolo)
SEQUESTRO GIORNO “x”
È come se fossi uscita dal mio corpo, per poi tornarci, e ho guardato tutto dall’esterno…mi sento esattamente così.
Non so per quanto tempo ho dormito ma so che sono passati diversi giorni perché il ragno all’angolo della stanza ha tessuto una bellissima tela.
L’ultima volta che ti ho scritto è stato il giorno in cui mi sono ribellata perché hanno portato via una ragazza, dalla cella accanto, e l’hanno picchiata a sangue davanti ai miei occhi.
Ho sentito solo un ago trafiggermi il braccio e poi silenzio.
Quando mi sono svegliata ero nuda e con lividi sulle cosce.
È inutile dirti che non so se è successo, ma se anche fosse non riesco a provare nulla.
Non è triste pensare di essersi abituati a tale crudeltà?
Eppure, penso che sia così anche perché non è la prima volta che vengo violentata ma spero almeno sia l’ultima.
Solo che nessuna delle volte aveva fatto male come la prima e non perché fosse “la prima” ma semplicemente perché non te lo aspetti da chi ti ama, è come se una spada ti trapassasse il petto.
La seconda volta che subii quella violenza, però, ero finita all’ospedale.
E non solo perché, oltre lo stupro, ci fossero state anche: le percosse, il coma e le altre schifezze ma perché io ci sarei andata comunque in ospedale ed avrei denunciato ad alta voce. Non sarei stata zitta come la prima volta.
La famosa “notte della festa”, con conseguente coma, (quello di cui ti ho parlato nelle precedenti pagine e in cui ti vedevo nei miei sogni) ha decretato un netto PRIMA e DOPO nella mia esistenza.
Perché per la prima volta nella mia vita ho deciso di non essere una spettatrice di un flusso incontrollato, in cui ero come un sasso trasportato dalla corrente, ma attrice protagonista ed anche regista.
È stata l’unica cosa che ho fatto per salvarmi e per farmi giustizia (e farla idealmente anche a tutte le ragazze come me).
So che quando sei in coma tutti vogliono che ti risvegli ma allo stesso tempo hanno paura di cosa succederà quando accadrà. Mentre ero in coma tutti erano preoccupati del mio risveglio (non solo perché avrei potuto scoprire di aver perso qualche funzionalità del mio corpo) soprattutto perché avrei potuto ricordare quello che mi era successo.
La dimensione della vergogna personale dei miei genitori era superata soltanto dall’idea che io quello stupro lo avevo vissuto veramente sulla mia pelle.
Dopo 10 giorni mi svegliai e, miracolosamente, ero interamente funzionante.
La prima domanda che la giovane, ma esperta, dottoressa mi pose fu: “Ricordi quello che è successo?”.
Avrò avuto sicuramente un aspetto orribile, sentivo le fauci secche e gli occhi lievemente annebbiati ma risposi comunque:
“Il fatto che quel ragazzo mi abbia stuprato non significa che io necessariamente ne esca distrutta. La prego tranquillizzi la mia famiglia e gli dica che non ho paura di affrontare l’argomento”.
La mia forza sorprese sia me che lei ed infatti ci guardammo come se quelle parole avessero gettato luce sull’accaduto.
Ed era così, perché non mi riconoscevo in quel lucido desiderio di giustizia e mi spaventava non provare nessun dolore.
Pensavo di essere sbagliata perchè non mi sentivo dilaniata nel ventre da quell’evento che avrebbe distrutto chiunque.
Ora finalmente posso raccontarti per filo e per segno cosa è accaduto.
La violenza era avvenuta dopo una festa, io avevo bevuto più del dovuto ma non te lo direi se non fosse strettamente collegato al resto. Infatti, il mio essere ubriaca non era né una mia colpa né una giustificazione per il mio stupratore ma l’alcool che ingerivo era il mezzo attraverso il quale ingerivo anche la droga dello stupro.
Droga che io però non avevo mai richiesto.
Christian, il bambino dell’asilo che aveva “giocato” con la mia gonna, te lo ricordi?, aveva iniziato a girarmi di nuovo attorno da circa un paio di settimane. Era riapparso nella mia vita, dopo un sacco di anni, perché aveva trovato il mio profilo Instagram tra i tag che una nostra ex compagna aveva messo su una foto postata che ci ritraeva tutti all’asilo.
Lui era sempre lo stesso: biondo e con gli occhi di ghiaccio (che già da bambini mi rendevano inquieta).
Non so se era il nostro passato o la sua persona ma non trovavo attraente nulla che lo riguardasse. Il naso piccolo, le mani sottili allungate, come se fossero artigli, e la sua fisicità per nulla naturale pompata da steroidi e super proteine. Mi nauseava.
Penso che lui lo percepisse perché sapevo di non saper fingere con le espressioni del volto e quando quella sera, dopo che non avevo risposto agli ultimi 50 messaggi, mi chiese di ballare io disgustata dissi di no.
La serata era organizzata dai rappresentanti d’istituto in un locale molto carino della città e coinvolgeva due scuole diverse del territorio, una era la sua.
Non mi aspettavo di vederlo lì e uno strano presentimento mi percorse la schiena quando lo vidi.
Il mio abito rispecchiava la mia voglia di divertirmi e i colori che avevo addosso pensavo veramente che mi valorizzassero.
Io e Carola ballavamo e bevevamo, e più bevevamo più volevamo ballare. C’era caldo, penso che fosse per l’alcool, e poco dopo sopraggiunsero i primi sintomi di una bella sbornia come mai l’avevo vissuta. Uno di quei sintomi fu l’incapacità di decidere, in piena consapevolezza, di ciò che avrei fatto nell’immediato minuto successivo tanto che tra i tanti bicchieri che finivo, l’uno dietro all’altro, bevvi anche quello che proveniva dalle mani sottili ed estremamente bianche di Christian. Ma non me ne resi conto se non fosse stato per Carola che mi urla “Cazzo Maelle te lo ha dato Christian”.
Quel drink non aveva un sapore diverso dagli altri ma ricordo che dal momento in cui lo presi è come se mi si fosse spento il cervello per poi riattivarlo, dopo un tempo che non so quantificare, in una Porsche Cayenne.
Ero zeppa di sudore, con un peso massiccio addosso che mi comprimeva la vagina e la pancia. Sentivo il calore di un alito che sapeva di alcool e gli occhi morti di quell’animale che mi fissava per controllare se io mi fossi svegliata.
Non provavo alcun tipo di piacere, neanche meccanico.
Sentivo quella nausea, che sempre mi aveva accompagnata, farsi strada dal mio stomaco, passando per l’esofago ed arrivare in bocca per essere espulsa nella camicia bianca Burberry di quel porco.
Il mio vomito mi salvò perchè la bestia si era schifata di quello scempio verdino che gli aveva “rovinato” la camicia. Così per prima cosa mi diede due schiaffi, poi iniziò a percuotermi ed infine mi buttò giù dalla macchina rimettendo velocemente in moto per paura di essere visto.
Avevo numerose lesioni e mi girava così tanto la testa che sentivo che stavo per svenire.
Ero in un’altra location, ben diversa dalla festa, e quello che feci dopo per salvarmi te l’ho già raccontato in quella notte in cui le sirene sembravano campane di risurrezione.
In ospedale, dopo il mio risveglio, vennero a trovarmi due bravissimi poliziotti che, a differenza di quanto mi aspettassi, non mi giudicarono. Pensavo che nessuno della polizia italiana potesse soddisfare le altissime aspettative che avevo dopo essermi cibata per anni di “Law and Order: Special Victims Unit”. Insomma, non mi delusero.
Ho raccontato, con molta franchezza, ciò che mi era successo e non tralasciai anche i dettagli più intimi. Uno di loro mi chiese (e sinceramente questa era l’unica domanda che non riuscivo a spiegarmi): “Eri vergine prima che quel bastardo ti mettesse le mani addosso?”
“No”, la loro espressione mutò come a diventare sorpresa… forse i miei genitori avevano dato una versione diversa.
Prima di salutarmi il più anziano dei due mi prese la mano, in maniera paterna e con aria dolce, mi disse mortificato con la stessa voce che ha un padre quando non riesce ad accontentare il figlio: “Noi faremo di tutto per farlo condannare ma sappi che è il figlio di un Assessore e la politica è come la peste, alla fine infetta tutte cose anche la giustizia.”
Era un uomo buono, si vedeva, e quegli occhi stanchi da turni massacranti facevano presagire che per lui non era affatto facile stare dalla parte dei “buoni” perché alla fine la parte “marcia della mela” proverà fino in fondo a metterti i bastoni tra le ruote.
Il processo fu estenuante. In quanto minorenne le mie deposizioni venivano proiettate in aula ed erano sempre valide se in presenza di uno psicologo. Solo una volta andai in aula e sentii dire cose assurde sul mio conto e cose troppo perfette su quel sacco di merda che adesso vestiva di nero e che non aveva il coraggio di guardarmi in faccia perchè non si aspettava che la “bastardella di turno” avesse la forza di sputtanarlo davanti tutta Palermo.
Mi hanno dato indirettamente della troia perché il mio tasso alcolemico, superiore alla norma, era un silenzioso consenso al “fatemi tutto quello che volete”.
La dottoressa, che per prima mi ha interrogato sull’accaduto, era in aula e portando prove a favore della teoria dello stupro disse che era stato difficile per lei accettare che una ragazza così giovane come me avesse quelle lesioni inflitte così brutalmente… adesso, dopo quello che ho visto, posso dirti che aveva ragione.
Percepivo negli occhi di molti la volontà di farmi diventare da vittima a carnefice.
Era difficile per loro pensare che io dicessi la verità soprattutto perché, guardatelo, era uno dei ragazzi provenienti dalle migliori famiglie della città ed io ero una puttanella di “mezza nera” che cercava attenzioni e soldi.
Un giorno, allo psicologo che mi seguiva, raccontai l’episodio dell’asilo che riguardava me e quel mostro. Quando i suoi avvocati lo seppero, capendo che l’accusa avrebbe potuto impiantare un discorso non solo sulla misoginia ma anche sul razzismo, chiesero un accordo e mi offrirono mezzo milione di euro più un ingresso garantito per economia alla Bocconi.
Mi ricordo che quando lo seppi risi così tanto che alla fine mi spuntarono anche le lacrime.
Quell’essere spregevole venne condannato nei tre gradi di giudizio a cinque anni, al risarcimento danni in denaro e ad un trattamento psichiatrico obbligatorio.
Per tutti erano troppo pochi, effettivamente lo erano, ma io mi sentivo così potente nell’esserci riuscita che l’ultima sera di quel capitolo della mia vita andai a mangiare all’ “All you can eat” di sushi.
L’assenza di dolore psichico di quell’occasione sembrava a tutti, psicologo compreso, una mia forma di difesa. Erano tutti lontani dal reale motivo che, sinceramente, mi facevano tenerezza.
Non posso, collegato a tutto questo, non parlarti di Valerio.
Valerio è stato, per qualche anno, un componente della comitiva con la quale mi imponevo di uscire ogni sabato per non rimanere fuori dal giro.
Era stato anche un mio compagno di classe seppur solo per il biennio.
Non so cosa mi aveva colpito di lui ma il suo modo autoritario di trattare gli altri, il suo macabro immaginare ogni persona che incontrava per la prima volta come potesse essere da morta e la sua ossessione maniacale per la filosofia (che io odiavo) mi faceva sentire bisognosa delle sue attenzioni.
Era la prima volta che qualcuno si interessasse a me in un modo più profondo e apparentemente sincero che mi convinsi che lui doveva essere “mio” anche se non provavo nessuna emozione al suo fianco se non la convinzione che al suo fianco dovevo starci davvero.
La dimensione che vivevamo era secondo me una sottile manipolazione psicologica in cui, soprattutto per i primi tempi, lui si cibava della mia dipendenza e del mio volerlo a tutti i costi perchè avevo bisogno di dimostrare a me stessa che ce l’avrei fatta, che anche io potevo conquistare qualcuno (anche se ero una nullità per il resto del mondo).
I primi tre mesi furono un continuo “sì” ad ogni sua richiesta perché sapevo che più lo avrei assecondato e più mi avrebbe “scelta”. In quei mesi si frequentava con altre ragazze ed io mi sentivo in competizione con loro neanche fosse un piatto di cibo dopo mesi di digiuno.
Le sue richieste si facevano sempre più opprimenti e ciò che lui pretendeva era sempre più diverso da quello che io ero e che volevo.
Il giorno prima del mio compleanno mi disse: “Io non sono il tipo che fa feste, che fa gli auguri o lunghi messaggi in cui esprimo i miei sentimenti. Io non sento di avere sentimenti e mi dispiace se tu dovrai soffrire tutto questo. Ma sento dentro di me che potrei essere tuo e farti mia. È pur sempre più di quanto offro alle altre, no?”
Quel discorso così irrequieto, e con evidenti problemi di malsana possessione, mi aveva fatto sentire invincibile. Io, la “mezza” di ogni cosa, considerata brutta e sfigata ero riuscita nella mia impresa.
Valerio mi voleva sua ed era mio.
Mi sentivo come una bambina che al Luna Park riesce a far cadere, con la sua pistola a palline, tutte le lattine di alluminio ed alla fine ha il suo premio: un impolverato peluche malconcio che però, per la fatica impiegata, sembra fatto d’oro.
Poco dopo quelle parole mi sbatté con forza contro il muro e senza chiedermelo mi infilò la mano dentro i pantaloni e iniziò ad agitarla senza criterio finendo per farmi male.
Non ebbi il coraggio di dire nulla, avevo paura di rovinare quel momento ed anche se non era quello che volevo rimasi in silenzio mentre lui ansimava qualcosa.
Il giorno del mio compleanno non mi fece nemmeno gli auguri né quando eravamo in classe, né tanto meno con la comitiva.
Il mio cuore si spezzò in mille pezzi e pensai di aver sbagliato qualcosa. Per me il compleanno era importante, lo è sempre stato, e quel silenzio era stata la prima grande risposta che non ho voluto ascoltare.
Mi sentii morire doppiamente anche perché il dolore che provavo nei miei genitali mi faceva sentire sporca. Il senso di colpa iniziava a prendere dimora nella mia mente. Ho iniziato a pensare di essere un oggetto.
Nei giorni immediatamente successivi uno dei nostri amici in comune, sapendo che gli morivo dietro, gli chiese: “E allora con Maelle come va?”
E lapidaria fu la risposta di Valerio: “Maelle è inesistente esattamente come lo siete tutti voi.”
Tutti scoppiarono a ridere, io dal forte dolore stetti male.
I mesi successivi furono un continuo “tira e molla”, io volevo comunque riconquistarlo perché sentivo di aver perso il mio trofeo e facevo di tutto per riuscirci.
Avevo paura di restare senza di lui.
Un giorno ci trovammo a passeggiare in un giardino della città quando all’improvviso mi disse: “Io ti amo”.
Proprio lui che diceva di non poter amare nessuno aveva scelto me per sconvolgere tutti i suoi piani. Mi gettai al suo collo e gli diedi un bacio ma sentivo nella sua stretta che qualcosa di brutto sarebbe accaduto.
Sapevo che quella dichiarazione di affetto non era gratuita.
Stringendo la sua mano attorno al mio braccio mi trascinò velocemente in un angolo più isolato della villa e con violenza iniziò a spogliarmi.
Lì per la prima volta, dopo mesi, capii di aver sbagliato veramente tutto.
È come se mi fossi svegliata da un sonno che aveva immobilizzato la mia ragione e gli dissi: “FERMO. Non me la sento e non voglio in questo momento.”
Si fermò, sentii un sollievo nelle membra e pensai di essere riuscita a domare quella belva che mai avevo visto nei suoi occhi. La presa al braccio si allentò e lui prese un respiro.
Mi guardò con occhi freddi ed esclamò:
“Anche il “ti amo” ha un prezzo.”
In quel momento realizzai e provai a divincolarmi in tutti i modi ma non ci riuscii.
Persi la mia verginità mentre piangevo disperata con una mano sulla bocca per impedire che io potessi gridare.
Quando ebbe finito mi abbracciò e mi disse all’orecchio: “Ora niente e nessuno potrà più separarti da me”.
Il suo segno di demarcazione era stato applicato in un terreno puro.
Sapevo che non mi sarei mai più liberata di lui, che sarebbe rimasto come un cancro dentro di me per sempre.
Mi rivestii mentre tremavo, piangevo e sentivo che non riuscivo più a respirare. La sua fierezza, per il gesto fatto, mi tolse le ultime forze che avevo e penso che svenni.
Mi risvegliai in una panchina del parco tra le sue braccia sudaticce e muscolose.
Mi aveva raccolta e portata in un posto più arieggiato per farmi riprendere. Non riuscivo a parlare.
Quando tornai a casa mi buttai immediatamente sotto la doccia, mi sentivo così sporca.
Persi molto sangue.
Non parlai mai a nessuno di quell’accaduto, questa è la prima volta, perchè mi sentivo tremendamente in colpa e perchè sentivo un lutto nel petto che mai potrò colmare.
Essere stuprata dalla persona di cui ti fidi, dalla quale dipendi affettivamente e che dice di amarti un attimo prima è un dolore che non puoi spiegare perché hai vissuto con l’idea che l’amore è gentile e buono in tutte le sue cose ma poi ti confronti con la realtà e vorresti solo che finisse presto.
Lo stupro di quel bastardo di Christian non può avere la stessa accezione, lo stesso dolore… ecco perchè non soffrivo.
Il male che mi aveva fatto Valerio dentro e fuori nulla poteva superarlo.
Mi lavai compulsivamente per giorni, settimane e mesi (non ti nego che anche adesso in parte è così) perchè volevo cancellare ogni sua traccia, ogni impronta lasciata dalle sue sudicie mani e soprattutto quel suo odore così intrinseco di dopobarba che avevo radicato nelle narici.
Nei mesi successivi Valerio era cambiato, era troppo presente, era assillante, era spaventato dall’idea di perdermi ma soprattutto sembrava adesso lui quello più interessato a conquistarmi. Regali, qualche mal riuscito gesto romantico e soprattutto un’urgente ufficializzazione come a dire “Non è più in piazza”.
Io ero morta dentro, subivo ogni sua decisione con lo sguardo spento e gli occhi assenti.
Chiunque mi incontrava mi faceva gli auguri per il bel fidanzato trovato ed io piangevo in continuazione.
Evitavo di restare da sola con lui e per tre mesi dopo lo stupro ci riuscii ma quando a casa di una nostra amica ci chiusero in una camera da letto il panico mi pervase e il mio corpo mi aiutò perchè ebbi un mancamento e caddi battendo la testa. Lo stesso Valerio si spaventò così tanto da costringere gli altri ad aprire la porta e portarmi in ospedale.
Non riuscivo, mio malgrado, a lasciarlo.
La dipendenza affettiva, che avevo capito di avere, era stata sommata ad un senso di colpa che ormai aveva ingarbugliato, in un pozzo senza fine, ogni centimetro del mio corpo.
Avevo così tanta paura e vergogna che quel segreto così oscuro, che mi riguardava direttamente, potesse uscire fuori che alla fine mi ero convinta che finchè fossimo stati insieme non ci sarebbe stato questo pericolo.
La situazione sia nel gruppo che a scuola aveva preso una brutta piega e lui non perdeva occasione per alimentare la mia dipendenza nei suoi confronti. Mi rendeva insicura e per nulla autonoma. Mi ripeteva in continuazione che non avrei potuto fare il medico, che non sapevo scrivere, che ero troppo sensibile e che probabilmente sarei stata una brava madre di famiglia e che voleva mettere su famiglia con me il prima possibile. Mi raccontava di come nei suoi sogni lui andava a lavorare in facoltà, ad insegnare la sua amata filosofia, mentre io a casa mi occupavo delle faccende domestiche e dei bambini aspettando il suo rientro.
Ogni volta che diceva queste cose avrei voluto tirargli uno schiaffo. Avrei voluto ucciderlo ed ho sognato così tanto di farlo che alla fine avevo paura di farlo davvero.
Con il tempo il mio desiderio di indipendenza, l’insofferenza nei suoi confronti e l’odio che provavo (unico sentimento reale che penso di avere mai avuto per lui) diventavano sempre più ingestibili ed impossibili da zittire.
Dopo due anni un bel giorno gli dissi in un raptus di follia: “Dobbiamo lasciarci, io voglio stare da sola”.
Gestire gli episodi di stalking alla fine è come se ti allenasse per entrare nelle forze speciali.
Guardarti le spalle e cambiare continuamente le abitudini della tua vita ti permette di esercitare la tua capacità di “problem solving” ed alla fine ti sembra di vivere sempre, sotto copertura, vite diverse. Non lo avevo detto a nessuno. Nessuno capiva perché mi comportavo in quel modo.
Non avevo più paura che lui rivelasse quell’oscuro segreto?
Assolutamente. Io ero terrorizzata che gli altri sapessero ma avevo fatto i conti con ogni possibile scenario e mi andava bene così.
Il bisogno di riprendere in mano la mia vita, finalmente, aveva preso il sopravvento ed Amen.
Avevo paura di trovarlo sotto casa con una bottiglia di acido in mano?
Assolutamente. Però dovevo fare una scelta.
Un giorno, durante una gita, io stavo chiacchierando con un mio vecchio compagno delle medie (che da poco si era trasferito nella nostra scuola) quando con la coda dell’occhio lo vidi avanzare verso di me con passo felpato ma deciso. Quando si trovò davanti alla mia figura esile mi prese per un braccio, mi strattonò e con l’altra mano mi diede uno schiaffo urlando “Buttana”.
Nessuno intervenne.
Girò le spalle e se andò.
Mi asciugai le lacrime, alzai lo sguardo da terra e correndogli incontro, mentre lui fiero si allontanava, mi attaccai ai suoi capelli e glieli tirai fino a fargli contorcere il rachide con uno scatto che non mi apparteneva.
Mi sentivo come una leonessa che nella savana sta finalmente azzannando la sua preda. Lui emise un fioco “Ahia” e quando lo lasciai se ne andò in fretta borbottando qualcosa.
Quello era stato il momento definitivo che segnò il “prima” e il “dopo”.
Continuò a perseguitarmi in classe fino a quando, finalmente, venne sospeso per aver attaccato verbalmente e fisicamente una docente e l’anno successivo cambiò anche scuola.
Non si rassegnava e anche da lontano continuava a minacciarmi di svelare quello scempio di segreto, ma a me non importava.
Finalmente un giorno, nella sua nuova scuola, trovò un’altra anima dannata da martoriare. Era come se ci trovassimo in un girone dell’inferno di Dante ed io, egoisticamente, provai sollievo al sapere che da quel momento in poi il mio demone si sarebbe occupato di qualcun’altra.
Provo vergogna a dirlo ma è la legge della sopravvivenza. Spero sempre però che lei sia più fortunata di me.
P.S.
Ho capito che mi libererò di questo dolore solo quando smetterò di odiare Valerio. Anche l’odio è un sentimento e qualsiasi sentimento ci tiene ancorati alla persona verso la quale proviamo quel qualcosa. Non so se basterà una vita intera per farlo, ma sicuramente potrò fare finalmente pace con tutto questo. Potrò perdonarmi e potrò concedermi la grazia di andare avanti.
Anche lui fa parte di me in un qualche modo, per quanto sia difficile accettarlo, perché solo grazie a lui ho capito che meritavo di più in quanto persona ed ho capito, paradossalmente, cosa fosse l’amore: tutto ciò che lui non è mai stato.
Ho conosciuto la passione, le farfalle nello stomaco e la felicità immensa di un amore solo grazie a quell’esperienza drammatica.
Non sto cercando di giustificarlo ma sto trovando un senso, un perché.
Dio non permette mai nulla a caso ed io voglio crederci.
La prigionia e questo diario si stanno rivelando la terapia di cui ho sempre avuto bisogno.
Non so quanti psicologi ho cambiato ma nessuno è riuscito a curare il mio male come questa catarsi giornaliero tra fogli e penne.
Mi hai dato uno scopo anche qui e mi hai dato colore anche adesso che sembra tutto bianco e nero.
to be continued…