“Il mio nome è Maelle” cap 10

la copertina del racconto

SEQUESTRO GIORNO 10

Da quando ti conosco non ti ho mai vista, fortunatamente, andare in ospedale, neanche in occasione di una nascita.

Ci sei mai stata?

La domanda ti sembrerà assurda ma per me l’ospedale è una quotidianità alla quale non mi abituerò mai (o almeno mai spontaneamente).

Una volta la mia psicologa mi ha detto: “In quell’ambiente o ti ci senti parte oppure vuoi scappare, non si può fingere che ti trovi bene”.

Aveva ragione e, seppur non mi ci fossi mai abituata, alla fine mi sentivo parte di quel luogo.

Nel suo mobilio scarno, in quei colori freddi o semplicemente in quell’odore inconfondibile io mi sentivo parte di un progetto più grande. 

Però non mi abituerò mai perché sia la condizione di malata che di aspirante medico mi mettono sempre davanti alla stessa domanda: “Come ce l’ho fatta?” e soprattutto “Continuerò a farcela?”.

Per ogni domande ci sono sempre due accezioni diverse.

Nel caso di “malata” la prima è una domanda piena di speranza per aver superato quel momento di prova. La seconda invece è la paura del futuro che mi accompagna fin da sempre soprattutto se penso che la mia salute è così cagionevole.

Nel caso di “aspirante medico” invece la prima è una domanda piena di sorpresa verso me stessa mista a un po’ di orgoglio. Mentre la seconda è il dubbio che si insinua in me perché potrebbe finire tutto da un momento all’altro e magari rendermi conto che ho sbagliato tutto. Anche il mio percorso.

Dentro l’ ospedale il tempo non passa allo stesso modo in cui passa fuori. Non solo da malata ma anche da tirocinante ho sempre pensato di essere in un “paradosso dei gemelli” (la fisica non mi lascia nemmeno qui) in cui i protagonisti principali non sono la Terra e lo Spazio ma l’ospedale e il mondo che, fuori, continua a vivere.

Quando al liceo studiai fisica con la mia prof  ho scoperto che “spazio” e “tempo” non erano assoluti ma assolutamente relativi (rispetto al sistema di riferimento adottato). In quel momento ho capito cosa significava essere spiazzati.

Nonostante la mente scientifica che vantavo di avere, quell’idea così concretamente irreale mi sembrava lo screzio di un giovane scienziato che voleva rimanere in qualche modo impresso nel mondo.

Ho sempre ammirato Einstein ma, esattamente come succede quando si è innamorati, lo avevo idealizzato così tanto che non mi ero soffermata sulla verità della sua esistenza.

Adesso lo stavo conoscendo, tramite il suo lavoro, e mi sentivo tradita. Anche lui voleva rivoluzionare le poche certezze che avevo nella mia vita e non riuscivo ad accettarlo.

Ma la svolta avvenne in ospedale, lì capii la grandezza di quell’uomo baffuto e dai capelli irrisolti. Il tempo è relativo, si lo è, ma la velocità della luce no, quella è assoluta. 

Alla velocità della luce le cose cambiano, mutano la loro forma e finiscono per non somigliarti più.

Questo mi fa sentire più uguale agli altri perché so che dal punto di vista “fisico” a tutti “il tutto” cambia con egual velocità.

Ricordo la mia prima stanza bianca in ospedale: tre letti, un armadietto a tre ante e per ogni letto accanto un mini comodino con le ruote.

Io giacevo, priva di forze, nell’ultimo letto quello che stava vicino ad una finestra rettangolare con il vetro lievemente smerigliato che la mattina rifletteva sul pavimento un gioco colorato di luci. La prima volta in ospedale non si scorda e sinceramente ho sempre sperato di “entrarci” prima da medico che da paziente, ma ovviamente non è stato così. 

Oggi posso dirti che neanche l’ultima volta in ospedale non si scorda mai, soprattutto adesso che so che non lo rivedrò mai più.

Quella prima stanza d’ospedale era troppo grande per una persona sola ma non c’era nessun altro ospite oltre a me. In quel soggiorno ero sola.

Il silenzio lo lenivo con la musica nelle cuffiette. 

Ricordo che i medici avevano una dolcezza nello sguardo e una misericordia che mi faceva sentire in Paradiso davanti a Dio.

Se ci pensi i medici sono un po’ i “Dio” della terra perchè hanno il “potere” di guarire (non sempre, certo, ma lottano abbastanza bene contro quella bastarda della morte) e lo fanno senza chiedersi chi hanno davanti: se il paziente se lo merita, se è stata una brava persona o se magari è il peggiore assassino al mondo. Sai che loro ti accoglieranno esattamente come fa Dio che, in quanto Padre, ama tutti i suoi figli e non si dimentica mai di nessuno.

Scusa se il paragone suona quasi blasfemo ma la bellezza di questa professione mi ha sempre ammaliata anche se poi, alla fine, la mia vita è andata diversamente.

La stanza non aveva TV nè orologio (il mio era rimasto da qualche parte) e il tempo era scandito solo da tre cose: il cambio turno di medici ed infermieri, l’arrivo dei pasti (per chi poteva mangiare) e il “bip” ritmico delle macchine a cui ero attaccata. 

A volte riuscivo a chiedere l’ora agli infermieri che mettevano la terapia in vena e con il tempo riuscii ad imparare gli orari a memoria: 6,12,18 e 24.

Per i primi giorni il tempo veniva scandito dal dolore, che si irradiava come macchia di olio in una splendida tovaglia di seta, e dagli antidolorifici che si esaurivano in tempi sempre troppo brevi rispetto a quello che sentivo addosso. 

La Petidina era un oppiaceo che desideravo più di quanto avessi mai desiderato qualsiasi altra cosa al mondo ma solo perché ancora non ti conoscevo. 

In ospedale soffrivo quello spazio ma succedeva sempre che a fine degenza avevo paura di uscire perché in quel loop temporale, tra le attenzioni di medici ed infermieri, io mi sentivo protetta. Sapevo che nessun peso gravava sulle mie spalle.

Una delle ultime volte che feci il mio consueto soggiorno in ospedale, stavo preparando una sessione di esami che poi non riuscii mai più a dare. Ero in quel letto e mi disperavo sulla mia incompatibilità davanti agli impegni presi e con il pc in mano scrissi parole che quando venni dimessa imparai a leggere quotidianamente: 

“Sto scrivendo queste cose da un letto di ospedale. Oggi è sabato e i miei programmi erano ben diversi, ma da una settimana la mia vita è cambiata e penso che questo segno me lo porterò dentro per sempre. Non so cosa succederà, probabilmente non riuscirò a rispettare questo  programma ma vorrei dire alla “me” del dopo, quella che sarà in ansia e che odierà se stessa perché penserà di non avercela fatta, che in realtà ce la si fa sempre in un modo o nell’altro e che la vita è un viaggio. Puoi trovare mete favolose in posti che pensavi disastrosi (come quando non avresti speso un centesimo per vedere Palazzo Barberini a Roma e poi ti sei ritrovata davanti alla Giuditta di Caravaggio)  o avere flop quando riponevi fiducia in posti che pensavi fantastici (come quella volta in cui hai fatto guerra e fuoco per prendere la Circumetnea, pensando di vedere i paesaggi lavici più belli del mondo, ma alla fine ti sei ritrovata in un treno locale che usavano giornalmente tutti e che passa dentro tante gallerie). Ma il tempo passa e tutto cambia, così nel bene che nel male e ciò che non hai fatto adesso avrai modo di farlo dopo, quando avrai le condizioni giuste per farlo. Magari il tempo che passa nel frattempo ti avrà fatto rendere conto che non era la cosa giusta per te e avrai anche la possibilità di cambiare strada.  La vita è imprevedibile, e quello che sto vivendo ne è la prova, ma appunto per questo devi viverla come se fosse sempre l’ultima boccata d’aria che prendi. Ti voglio bene, soprattutto adesso che magari sei scoraggiata, lì seduta nella tua scrivania.”

Da quante volte ho rilette queste parole ho finito per impararle a memoria.

Mi sono dimenticata troppe volte di come questa vita è così meravigliosa e pazza.

Ho sempre dato alla salute un ruolo prioritario però mi è sempre piaciuta la concezione della medicina che avevano in Oriente: la medicina che previene che tu possa stare male e non che cura la tua condizione di già malato.

Mi aveva sempre affascinato l’idea di poter essere quella persona alla quale si ricorre per migliorare il proprio stato di salute e non per salvarti la vita. A differenza di tutti i miei colleghi, o in genere di tutti i patiti di medicina, non avevo mai provato eccitazione nel salvare le vite perché a volte si dimentica che se stai salvando una vita, in quell’esatto momento, il tuo paziente sta per morire. Sta soffrendo. Sei la sua ultima possibilità.

Cosa c’è di “bello” in questo?

Non riesco a non pensare che fuori da quella porta ci sono le persone che amano il tuo paziente e che probabilmente stanno vivendo i momenti peggiori della loro vita. Ci sono loro, inermi, che farebbero di tutto pur di non provare tale dolore. Non volevo essere una supereroina di una situazione dolorosa ma volevo evitare, tramite le mie conoscenze, che il mio paziente si potesse trovare in quella condizione. In Italia le cose vanno diversamente ed io ho accettato questo compromesso perché sentivo il bisogno di sentirmi comunque utile. Però alla fine mi sono resa conto che non avrei mai potuto reggere l’idea che le persone possono non farcela. Sarebbe morta, ogni volta, un po’ di me con loro.

Non riesco a rendere romantica una situazione che non lo è, non riesco a sopportare i medical drama (come Grey’s Anatomy) dove tutto è irreale e cinematografico. Nessuno si rende conto di quello che è veramente.

Adesso, non penso che realizzerò mai questo progetto di diventare medico perché ho capito tante cose di me ma spero solamente di avere il tempo di capire in realtà cosa voglio fare realmente.

È inutile dirti che il mio tallone d’Achille è sempre stata la salute mentale. Non mi vergogno a parlarne perchè avevo già capito da sola, tempo fa, che non c’era nulla per cui farlo. Purtroppo, però, mi sono scontrata così tante volte con chi la pensava diversamente che alla fine mi sono fatta le ossa.

Non provi vergogna a dire di avere la pancreatite ma dovresti provare imbarazzo nel dire di essere depressa. “Ah ma la pancreatite mica è una colpa” ma perchè la depressione lo è? Questo malsano atteggiamento secondo il quale tutto ciò che riguarda la tua sfera mentale dipenda solo ed esclusivamente dalla tua forza di volontà. Quindi se sei malato hai  una volontà labile. 

Se la psicoterapia aveva alla fine risolto molto della mia vita (e fondamentalmente non posso più vivere senza), gli psicofarmaci mi facevano avere una percezione diversa della realtà ed era per questo che dopo un mese di cura li interrompevo. Ciò che mi permetteva di farlo non era l’incoscienza o il bisogno di ribellione ma il desiderio di sentire le cose con una percezione mia. Non riuscivo ad accettare che per essere felice avevo bisogno di molecole chimiche esterne e finivo per volercela fare da sola. Quando prendevo gli antidepressivi e lo stabilizzatore per l’umore riuscivo a spegnere il rumore che sentivo nella mia testa. C’era pace e silenzio. Ero felice.

Ma sai che odio il silenzio, mi fa paura e mi annoia. Ed inoltre, sono nemica della contentezza per definizione.

Quindi smettevo per sentirmi nuovamente viva. E per me, essere viva, significava soffrire.

Alla fine ho permesso, più del dovuto, che i miei pensieri mi controllassero ed anche se non dovevo sono diventata la mia patologia.

Ricevere la diagnosi di Disturbo Ossessivo Compulsivo non aveva fatto altro che mettermi ancora più in crisi perché ero quasi diventata incapace a tracciare una linea tra ciò che era “mio” e ciò che facevo per la malattia.

Forse oggi penso di aver sbagliato, perché se hai la febbre prendi la Tachipirina e se hai la tosse prendi lo sciroppo quindi non vedo perché avrei dovuto evitare ciò che mi permetteva di stare meglio… ma che ci vuoi fare: “tendenza all’auto sabotaggio” e “pensieri distruttivi verso se stessa” erano i risultati ad ogni test e ad ogni colloquio.

Ho sempre vissuto con sbalzi d’umore che a differenza di quanto credono non erano tra l’euforia e la tristezza ma tra la tristezza e la tristezza ancora più profonda. 

Ho iniziato ad avere sempre più un mancato controllo della rabbia ed ho ferito molte persone, me ne pento.

Fondamentalmente testarda, irrispettosa verso le autorità ed una pessima paziente.

Ma non ho mai avuto una personalità disturbata, nessun test lo aveva mai evidenziato.

Cosa significa tutto questo?

Che ho distrutto me stessa da sola e volutamente. Ne sono convinta, ossessionata.

L’ho fatto senza che nessuno lo capisse mai veramente perché pensavo di non meritarmi di essere salvata.

Chi avrei mai potuto odiare più di me stessa?

Chi avrei dovuto punire se non me?

I tagli sul mio corpo sono la punizione corporea ma nulla sono in confronto a quelle ferite che ho nell’anima,nel cuore e nella mente.

Sai che non devi mai pensare che non c’è una soluzione, ma che alla fine la si trova sempre?

Sai quanto è importante chiedere aiuto?

Io vorrei essere una persona a cui gli altri si rivolgono per avere aiuto e conforto.

Vorrei mettere a disposizione la mia esperienza.

Vorrei mettere indietro il nastro e correre da te, buttarmi tra le tue braccia e dirti: “Aiutami!”

P.S.

Mi sento dannatamente in colpa, dopo aver ripercorso tutto, a sapere che alla fine l’inferno che ho vissuto me lo sono costruita da sola. Mi fa rabbia.

Vorrei che si parlasse di più di benessere, di salute mentale e degli aiuti possibili ma avrei voluto soprattutto non dover affrontare tutto questo male da sola. Ma l’ho scelto. Avrei voluto non consumare i miei occhi con tutte quelle lacrime.

Mi sei mancata in questo processo ma non hai nessuna colpa. Come puoi aiutare qualcuno che non sai che ha bisogno di aiuto? 

Ed io sono stata un’attrice professionista a tenerti all’oscuro di tutto. Lo sono stata con tutti. Ho addirittura manovrato le mie sedute di psicoterapia pur di non lasciare a nessuno il pieno controllo di me stessa.

Ho provato a scrivere una poesia per liberarmi ma questo schifo continua a rimanermi addosso.

Penso alla canzone dei Maneskin, “VENT’ANNI”, quella che ti facevo sentire sempre perché volevo che mi ascoltassi. 

Se puoi riascoltala perché in quel testo ci sono io.

“Io c’ho vent’anni

Perciò non ti stupire se dal niente faccio drammi

Ho paura di lasciare al mondo soltanto denaro

Che il mio nome scompaia tra quelli di tutti gli altri

Ma c’ho solo vent’anni

E già chiedo perdono per gli sbagli che ho commesso

Ma la strada è più dura quando stai puntando al cielo

Quindi scegli le cose che son davvero importanti

Scegli amore o diamanti, demoni o santi.”

to be continued…

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