
SEQUESTRO GIORNO 9
Ti sarebbe piaciuto vivere in un’altra città?
Mi sono svegliata pensando alla mia città ed ho pensato a tutto ciò che di lei amo, a tutto quello che odio e che mi fa pensare: “adesso parto e non torno più”.
Ma tanto alla fine ritorno sempre.
Palermo aveva comunque la capacità di farmi sentire in ogni parte del mondo volessi.
Invocavo questo potere quando ne avevo bisogno e quando volevo evadere da una realtà stretta.
Mi meravigliavo davanti a quelle vie piene di profumi, di odori e di colori.
Certe volte sentivo, per un attimo, che il giudizio che mi aveva sempre preceduta crollasse tra le meraviglie di Piazza Pretoria, della Cattedrale o del Massimo. Nelle distese di verde e blu del Foro Italico sprigionavo la mia energia e sotto ad ogni porta, che sia “Nuova” o “Felice”, simulavo un ingresso trionfale.
Il sabato mattina, quando uscivo da scuola, andavo a fare una passeggiata a Ballarò. Se solo mia mamma lo avesse saputo penso che mi avrebbe messo in punizione per sempre pur di non lasciarmi andare in quelli che lei considerava “pericoli”.
Pensava continuamente che la mia sicurezza fosse messa a rischio ed i posti affollati (come Ballarò, la Vucciria e tanti altri) di sicuro non la tranquillizzavano.
Viveva in un clima di terrore nei confronti dell’umanità che, a differenza della fobia dei cani, fortunatamente non mi aveva trasmesso.
Ogni persona era il male ed il male poteva insinuarsi anche nell’amico più caro. Mia madre non aveva amicizie e, oltre a quella con mio padre, le sue relazioni erano fondate su un sottile gioco di scacchi in cui la regina e l’alfiere erano rispettivamente falsità e menzogna.
Non so perché ma quel mercato mi faceva sentire nel mio posto, quasi più vicina a casa.
A Ballarò trovavo molta della mia gente (seppur per metà) ed io speravo di trovare riposo per la mia anima che, girovaga, cercava la sua definizione.
Mi ero convinta che se non ero riuscita ad integrarmi tra i “bianchi”, di sicuro sarei riuscita a farlo tra i “neri” e forse mi avrebbero anche capita.
È stata troppo dura per me accettare che anche per loro ero un’estranea, non abbastanza nera e non abbastanza africana.
Le amiche che mi ero fatta, nei posti dove andavo a comprare (con i soldi che raccoglievo durante la settimana) dei prodotti naturali per la pelle, non credevano che io della “Palermo Bene” potessi avere dei problemi per metà delle mie origini. Pensavano che i soldi della mia famiglia potessero compensare il fatto di essere nata comunque da madre Eritrea e profuga.
L’80% delle volte in cui incontravo qualcuno per la prima volta mi chiedeva: “Di dove sei?”.
E quando rispondevo: “Di qui” allora storceva il naso.
Le altre ragazze nere non riuscivano a credere al mio dolore, mi prendevano per viziata e sminuivano ogni cosa solo perché vivevo nell’ “agio” ed avevo la cittadinanza italiana. Forse ero un’ingrata è vero ma ero troppo immatura per capire il loro punto di vista.
Ero andata da loro alla ricerca di un contenitore, di una comunità che mi appoggiasse e che mi sostenesse ma avevo ricevuto la stessa indifferenza degli altri.
Ancora una volta troppo bianca per i neri e troppo nera per i bianchi.
La mia comunità ero io.
Ballarò non era l’unica cosa che dovevo nascondere a mia mamma.
Nel tempo, purtroppo, ho dovuto perché sennò non avrei potuto fare molte cose che sentivo il bisogno di fare.
Lei è sempre stata la personificazione dell’ansia. Quando riuscivo ad ottenere qualcosa da fare da sola mi sentivo potente e quando non la ottenevo non riuscivo a rinunciarci e finivo per farla senza che lei lo sapesse.
Però ricordo che una delle prime volte in cui dovevo rientrare a casa da sola mi persi.
Giravo sempre intorno ad un viale fiorito di Magnolie e disperata mi allontanavo per poi avvicinarmi di nuovo.
Ad un certo punto continuando a camminare mi trovai davanti ad uno scenario che mai avrei pensato di vedere: via Piersanti Mattarella.
Una via percorsa da macchine che sfrecciano sotto l’architettura di Villa Trabia.
Circa venti minuti a piedi e passavo dalla fioritura di quelle magnolie alla rigorosità di un’architettura che mi ricordava quella romana.
I due possenti archi in pietra del ponte di Villa Trabia e boom, improvvisamente mi sentivo piccola.
A terra le pietre sembravano i Sanpietrini romani e in un battito di ciglia ero lì, nella capitale. Mi bastava chiudere gli occhi ed aguzzare le orecchie per sentire le chitarre che suonano dal Pincio e lo scorrere lento del Tevere.
Ho amato sin da subito questa parte di Palermo perché mi faceva sentire a Roma e riuscivo a nascondere la sua mancanza.
Da quel momento in poi, ogni volta che ne avevo bisogno, andavo lì, in via Piersanti Mattarella, e fissavo quello scorcio per sentire la Capitale sulla pelle.
Le mie cuffiette mi aiutavano a volare e con la penna spesso tornavo a scoprirmi.
Palermo e Roma sono in assoluto le mie città.
Sogno di portarti sul Gianicolo e baciarti mentre Roma ci guarda.
Un altro pensiero è arrivato per farmi compagnia. Ricordarlo mi ha fatto ancora vibrare l’anima.
Premetto che non sapevo cosa significasse amare voluttuosamente prima di conoscere te ma sapevo, già da prima, cosa significava essere amata in quel modo perché lo avevo ricevuto. Sapevo cosa significava essere desiderata.
Michele aveva due anni in più di me ma, a differenza mia, era sempre stato un po’ un “Peter Pan”.
Non so che effetto mi facesse ma so che l’attrazione che provavo per il suo corpo è stata l’unica degna di essere annoverata tra le esperienze che ho avuto.
Alto, moro e dagli occhi furbi. La sua mediterranea fisionomia si mischiava al machismo delle divinità greche.
Adoravo le sue mani, ah le sue mani…
Ho sempre avuto una passione per le mani. Sarà che le mie le ho sempre trovate bruttine, ma per me le mani hanno sempre avuto una carica erotica come poche cose al mondo.
Michi aveva un sorriso niente male, anche se aveva bisogno dell’apparecchio ai denti, e le sue guance erano adornate da fossette.
Adoravo il modo in cui potevo affondare il mio dito sul suo viso come su un cratere bellissimo.
Era un misto tra un poeta maledetto e un lottatore greco-romano.
Dissoluto con gli altri ma estremamente tenero e bisognoso di affetto con me.
Questo suo dualismo è stato, per molto tempo, mio motivo di orgoglio perché mi ero erroneamente convinta che “ero riuscita a tirare fuori il meglio di lui”.
Solo dopo ho capito che non potevo essere la sua balia sempre pronta a riportarlo sulla retta via.
Michele aveva già una madre ed io, di sicuro, non potrò mai essere la madre di nessuno tanto meno la sua.
Prima di quella presa di coscienza mi arrabbiavo se fumava più canne del dovuto, piangevo se correva con la moto e lo riaccompagnavo a casa quando beveva troppo. Gli ho impedito molte risse ed ho lottato per impedirgli anche di partecipare ad incontri di boxe clandestini.
Ero il suo numero di emergenza.
A mia discolpa posso assicurarti che quando stava con me era un’altra persona, il ragazzo migliore che si potesse desiderare.
La sua bellezza mi metteva in crisi perché pensavo: “Come fa uno del genere a stare con una come me?”.
Mi creavo problemi anche se non ce n’erano.
Fondamentalmente ho finito per pensare che torturarmi era un modo per volermi bene.
La prima volta che ci siamo visti eravamo vestiti “matchati” (abbinati) anche se non ci eravamo messi d’accordo. Ci siamo sempre occupati di cose diverse; io facevo lo scientifico e lui il linguistico e la diversità di interessi è stato sempre un punto a nostro favore.
Le feste di Carnevale, organizzate dalle nostre scuole, erano uno dei nostri pochi punti di incontro.
Io ero vestita da cheerleader e lui da giocatore di football americano ma la cosa che più ti sconvolgerà è che indossavamo gli stessi colori: blu e giallo.
Quando ci siamo ritrovati al centro della palestra, con le luci puntate addosso, ci siamo scambiati un mezzo sorriso e abbiamo iniziato a ballare insieme agli altri. Ci siamo cercati con lo sguardo per tutto il tempo ma senza rivolgerci mai la parola.
Verso fine serata ci siamo ritrovati nel tavolo dei dolci, io cercavo i macarons e lui la piccola porzione di tiramisù e finalmente lui: “Ci siamo vestiti abbinati o mi hai copiato l’idea?”.
Per quello che rimaneva di quella sera non abbiamo più smesso di parlare e alla fine, sfruttando la macchina di un suo amico, mi ha pure riaccompagnata a casa.
Io e lui eravamo seduti nei sedili posteriori, a guidare c’era il suo amico, Matteo, e nel sedile anteriore Carola che stava già litigando al telefono con il fidanzato perché aveva accettato un passaggio da uno sconosciuto.
Ricordo perfettamente l’imbarazzo e i miei vani tentativi di mantenere una discussione “a quattro” su basi che non c’erano perché non sapevamo completamente nulla l’uno dell’altro.
Mentre parlavo impegnavo la mia mano destra a fare “disegnini” astratti sulla coscia muscolosa di Michele ( risultato dei tanti anni di MMA- Mixed Martial Arts- che aveva alle spalle). Piano piano iniziarono i grattini e poco dopo mi ritrovai con la mano sotto la sua maglietta, percepivo che il tutto era ben gradito.
Improvvisamente le sue mani, perfettamente curate, iniziarono a poggiarsi sulle mie cosce- un po’ lucide per via dei collant che indossavo- e salivano e scendevano in territori piuttosto impervi ma io non lo fermavo. Le sue mani tremavano ed io le stringevo tra le gambe.
Ad un certo punto si fermò e con la mano sinistra percorse tutta la mia gamba, quella vicino alla sua, e iniziò ad ondeggiare sulla mia caviglia che praticamente confinava con la sua. Scoppiai a ridere, soffro il solletico e lui mi faceva stare bene.
A quel punto la tenerezza del momento prese il sopravvento e le nostre mani smisero di muoversi, l’una sul corpo dell’altro, e si intrecciarono l’una alla’altra.
Formammo un nodo che so che ancora ci lega.
Dopo quella sera ci frequentammo per circa 4 mesi che furono intensi e passionali.
Dopo la storia tremenda con Valerio non avevo permesso a nessun altro ragazzo di avvicinarsi così tanto a me, ma la libido che mi suscitava Michele era superiore ad ogni catena che mi ero imposta per paura.
Ci bruciammo di passione e la sua indole violenta diventava desiderio sfrenato nei nostri momenti. Siamo stati esagerati ma ci siamo voluti.
Sapevo che provava a reprimere la sua rabbia, sfogandosi durante le gare, ma a volte dai suoi occhi zampillavano fiamme.
Non ho mai provato paura.
Suo padre lo aveva abbandonato quando aveva solo cinque anni e si era rifatto una nuova famiglia senza voler mai sapere nulla né di Michi né di sua madre.
Nonostante tutto questo dolore, che per orgoglio non era mai stato “metabolizzato”, Michele mi aveva regalato momenti di corteggiamento e di romanticismo che mai ho più rivissuto.
Ricordo un pomeriggio di primavera, io stavo preparando un PowerPoint di scienze quando mi arriva un suo messaggio con su scritto:
“Affacciati”.
L’imperativo mi smuove ancora ora lo stomaco.
Era sotto casa mia con un piccolo mazzo di rose rosse in una mano e il borsone pre-partita del calcetto nell’altra, mi ha guardata per qualche minuto e poi ha gridato: “Ti dedicherò tutti i miei goal”.
Tra noi tutto è finito per come è iniziato. Nel silenzio di un incontro che non è più mai avvenuto e così non ci siamo né più sentiti né richiesti.
Di sicuro se fossi qui mi chiederesti: “L’hai amato?” ed io non esiterei a dirti: “No”.
Cosa è stato? Una prova del fatto che la libido, a volte, supera confini che non volevi che fossero superati e che è ben diversa dai sentimenti.
È stata anche un’esperienza che mi ha permesso di capire che Valerio non aveva rovinato il mio rapporto con gli uomini.
Che ero lesbica non perché odiavo l’altro sesso, ma semplicemente perché ero questa. Non chiedi ad un pesce di volare, anche perché sennò si sentirà, per tutta la sua vita, uno stupido (lo diceva Einstein).
Quell’esperienza sensoriale era stata bella ma non era tutto.
Ti sconvolge?
Non credo.
So cos’è l’amore ed ha un altro nome, il tuo.
P.S.
Il fuoco mi affascina ma allo stesso tempo mi suscita paura. D’amore il mio cuore brucia ma anche di tante altre cose.
to be continued…