
SEQUESTRO GIORNO 8
Pensavo di non aver nulla da scrivere oggi eppure rieccomi qui.
Ho sempre amato i fiori. Mi mancano qui sotto, nella mia cella.
Prima di partire avevo scoperto le Ortensie.
Le Ortensie, per ciò che significano, mi ricordano le persone che come altalene sulla mia vita, hanno oscillato avanti ed indietro, finendo per andare via. Ne hanno fatto parte, è vero si, ma poi ne sono uscite in maniera più o meno trionfale.
Un fiore dalla bellezza particolare che presenta mille tonalità e sfumature. Un fiore che ha significati altrettanto diversi: dal fiore simbolo della solitudine al fiore simbolo per rivelare la nascita di un amore o il ritorno di un amore passato.
L’ortensia come metafora della nostra vita: nuovi amori sbocciano, vecchie reminiscenze ritornano o praterie di solitudine.
Ti ci ritrovi?
È il decorso naturale delle cose, mi dico, ma perché poi puntualmente mi sento dilaniare il petto?
Non sai quanto mi odio per questo.
Non sai quanto vorrei che il “decorso delle relazioni” non mi condizioni così per come ha sempre fatto e per come fa adesso.
Non saprei dirti con precisione il numero di persone che ho conosciuto (più o meno intensamente) ma posso dirti chi è rimasto fino ad adesso.
Il mio cuore sembra un cimitero le cui croci non possono contarsi e, nella moltitudine di fiori che adornano le mie tombe, sembra sempre primavera.
Una parte del mio cuore era, è e sarà per sempre occupato da Carola. Anche se adesso io e lei neanche ci parliamo più.
Ah lei, la mia migliore amica…
Aveva lunghi capelli di un castano scuro, che quasi tutti confondevano per un nero accennato, e piccoli occhi castani. Semplice ma elegante. Il giorno in cui la incontrai per la prima volta indossava un maglioncino blu a righe bianche, un pantalone attillato e delle scarpe da tennis (che sembravano comunque raffinate come se fossero scarpe classiche, lei ha questo potere). Rispetto a me era così minuta che quasi quasi la sua magrezza mi inquietava. Per molto tempo, prima di addentrarmi nella sua anima, ho pensato che avessimo sofferto un passato comune…
L’idea che qualcuno avesse, o avesse vissuto, un DCA (disturbo del comportamento alimentare), come era successo a me, faceva sentire dentro di me meno delusione. Ero meno delusa da me stessa, e questo mi permetteva di darmi tregua, ma allo stesso tempo, quando scoprivo che le altre persone erano sane, mi sentivo più fiera di chi avevo davanti. Era la solita duplicità alla quale non mi abituerò mai. La sua magrezza era “di costituzione” e le sue numerose intolleranze non la rendevano di sicuro una “mangiona”. Così ero fiera di lei.
La sua curiosità mista a quella parlantina, che nelle notti d’estate sfociava in “logorroico assalto” alle mie membra già sfatte dal caldo, mi facevano sentire a casa in qualunque parte del mondo mi trovassi.
Stessa scuola ma anni diversi, seppur poca era la distanza in anni tra noi, in alcuni momenti della mia vita, l’ho avvertita di più perché purtroppo sono dell’opinione che “se non ci passi dalle cose non le puoi capire”.
Eravamo l’opposto e l’uguale contemporaneamente e forse questo legame così profondo, l’unico che io abbia avuto per molti anni, ci ha tenute insieme anche quando sembrava crollare tutto (soprattutto dentro di me).
Qualunque cosa ha tentato di dividerci, per molto tempo, è diventava poi il mattone su cui abbiamo costruito un’altra cinta di mura a protezione del nostro legame.
Quando non c’era mi mancava e quando c’era, a volte, mi infastidiva perché non riuscivo a respirare. Eravamo eterne in qualche modo, anche se forse lo saremo nei peggiori dei modi nella mente l’una dell’altra.
Carola si fidava ciecamente di me, lo percepivo, e questa cosa mi faceva sentire potente ma non l’ho mai usata contro di lei, mai.
Io però non riuscivo a ricambiare in pieno perché i miei demoni non mi lasciavano in pace, e di questo me ne pento fortemente, perché avrei potuto scaricare un po’ del mio peso su di lei, so che le avrebbe fatto piacere.
A differenza mia amava costruire relazioni che durassero nel tempo, l’idea di stare da sola la spaventata (anche se non me lo ha mai detto esplicitamente) ed era così estremamente semplice rispetto alla mia complessità (e non parlo di quella esteriore) che amarla era facile.
Non si aspettava nulla da nessuno e forse per questo donava poco, ed io non riuscivo ad accettarlo perché ho sempre preteso di ricevere almeno quanto davo. Ed io le davo molto.
Sono rimasta accanto a lei in giorni in cui la nebbia era fitta e le ho regalato la mia follia, come antidoto, davanti a quella che sembrava la sua monotonia.
Ci siamo amate, a volte odiate e spesso evitate.
Prima di un anno fa non riuscivo a capire per quale assurdo motivo lei non mi avesse lasciato andare e ti assicuro che le ho dato mille opportunità per farlo.
Poi è arrivata la rottura. Il silenzio. L’essere estranei a casa propria.
L’ho conosciuta quel giorno di dicembre in un aereo con destinazione Madrid, galeotto fu la scuola che condividevamo ed il resto è storia.
Adesso si sta specializzando per insegnare, era il suo grande sogno, ma vive a 1000 km da me e questo non ci ha aiutate a salvare il nostro rapporto.
La lontananza fisica è sempre stato un problema per me ma lei ha fatto da catalizzatore.
Lei però è rimasta, decisamente, impressa come timbro sul mio cuore.
Ti prego, dille che mi dispiace, dille che sarà sempre una parte di me perché l’ultima volta io non sono riuscita a dirglielo. A volte l’orgoglio mi frega.
Se apri il terzo cassetto a destra della scrivania antica in ferro, che trovi giù nel garage di casa mia, potrai trovare un’istantanea di uno dei ricordi indimenticabili di quel viaggio a Madrid. Ti prego di consegnarla nelle sue mani.
Ci siamo io e lei, piene di sciarpe e cappelli, perché il freddo ci lacerava, e una marea di sacchetti del nostro negozio preferito. Avevamo speso tutti i soldi che i nostri genitori ci avevano dato per il soggiorno e da quel giorno in poi ci siamo dovute accontentare di ciò che i nostri compagni volevano condividere con noi (pur di non chiedere altro a casa e sentire i rimproveri).
In quella foto eravamo vicine, mano nella mano, testa a testa ed eravamo felici.
Mi ha reso, per il tempo che trascorrevamo insieme, una ragazza normale e mi ha fatto sentire accettata anche quando nessuno mi faceva ridere.
E poi c’è Ludovica. Il mio tesoro. Poche volte la vita ti bacia con un regalo, lei era stato questo per me.
Ludo è stata esattamente la persona di cui avevo bisogno nel momento giusto.
Penso che, in ordine temporale, è la persona che è entrata a far parte del mio mondo più recentemente e che poi è diventata, in breve tempo, una dei pilastri della mia vita fatta fino a quel momento di palafitte.
L’unica cosa che abbiamo condiviso, per molto tempo, è stata la medicina.
Ci siamo trovate in un momento di sofferenza e quel periodo così traumatico ci ha permesso di legarci.
Si sa benissimo che ciò che unisce due persone sono le esperienze che fanno insieme ma soprattutto la tristezza condivisa ti permette di entrare in relazione con l’intimità vera dell’altro.
Io ero uscita da poco dall’ospedale quando ripresi a frequentare le lezioni.
I barbiturici lasciano conseguenze anche dopo le numerose lavande e nella mia mente rimase la nebbia per un mese ancora post dimissione.
Tentare il suicidio era diventato uno sport per me ma mai avevo provato la vergogna che sentivo durante quel soggiorno in ospedale con dei miei colleghi che facevano il tirocinio in reparto. Essere una studentessa di medicina mi faceva raddoppiare le colpe perché sapevo esattamente a cosa andavo incontro e proprio per questo lo avevo fatto. Sceglievo per competenza con quale veleno andarmene.
Fortunatamente mi ero procurata i farmaci in maniera perfettamente “legale” e così non ho rischiato di essere radiata dall’albo ancora prima di entrarci.
La nonna di Floriana, uno dei personaggi più viscidi della mia storia, ne faceva uso sotto prescrizione dello psichiatra e, di sicuro, prenderne un po’ di nascosto non era difficile. Soprattutto perché in cambio dei Barbiturici tu offrivi, alla cara nipotina, i tuoi scritti per farle fare bella figura al giornale della facoltà.
Floriana è stata una delle persone più nocive della mia vita ma non riesco pienamente a togliermela di torno perché un filo sottile mi lega, forse è il marcio che ho dentro e che lei riporta a galla.
L’incontro con Ludovica rientrava in quel periodo “post barbiturici”: i miei mi stavano alle calcagne, mia sorella aveva fatto a botte a scuola per la seconda volta e il processo, nel quale ero coinvolta come parte lesa, dopo lunghi anni, aveva finalmente raggiunto la Cassazione. Io dovevo andare avanti e riprendere le lezioni sembrava a tutti il miglior modo.
Ludovica era l’opposto di Carola.
Alta, dalla fisicità gentile e corti capelli biondi.
I suoi occhi espressivi e grandi erano un misto tra le responsabilità che gravavano sulle sue spalle e un senso materno che le ho sempre invidiato. Lei era madre ancora prima di esserlo e il suo sentimento di “famiglia”, a volte, mi dava fastidio perché aveva la capacità di farmi sentire inadeguata. In confronto a lei io ero la rappresentazione del disamore. Mentre lei era la persona che sapeva amare più di tutti.
Il suo passato era pieno di follia ma il suo presente rispecchiava una compiuta maturità e un processo di trasformazione.
Il periodo della prima conoscenza è stato bello, troppo perfetto per essere vero e quando i problemi tra di noi, giustamente, iniziarono ad emergere entrai in crisi perché mi resi conto di essermi aggrappata troppo ad una stampella che essa stessa necessitava di un’altra stampella.
Sapevo di poter essere sempre me stessa con lei, mai mi ero sentita così “non giudicata” come quando le parlavo o passavo del tempo con lei.
Amava sottolineare quanto fosse diretta, ed era così. Spaventosamente testarda non ubbidiva a nessuno se non a se stessa. Fiera, schietta, diceva sempre ciò che pensava “senza filtri” (per usare le sue parole).
A volte le sue verità mi lasciavano perplessa e intontita perché avrei voluto il suo cieco supporto per tutto ma non avrebbe mai tradito la sua natura.
Era innamorata sai? Penso di non aver mai conosciuto qualcuno che sapesse amare qualcuno, non di sangue, così. A lei mi sono ispirata per amarti, è vero, ma posso dire con orgoglio di averla superata.
Abbiamo litigato e nel nostro essere fuoco penso che ci siamo bruciate entrambe. Siamo passate dal sentirci sempre al non sentirci più, a stento gli auguri per il compleanno, ma questo non ha mai allontanato i nostri cuori.
Le nostre anime affini si sono rincorse e ritrovate e da quel momento mai più lasciate. Il nostro rapporto è cambiato ma credo in meglio, siamo cresciute insieme anche se in due diversi emisferi sensoriali.
Ad un certo punto il pensiero di ferirla mi tormentava e la paura che lei potesse odiarmi, per aver preso strade diverse dalle sue, mi perseguitava.
Non mi sono mai perdonata di averla lasciata sola, nella sua situazione in cui annaspava mentre io me ne sono tirata fuori. Sono partita, ho lasciato tutto ed ora sono qui. Dio, non l’ho neanche salutata.
L’ultimo ricordo che ho di noi è sul suo compleanno. Maggio di un grigio spento che preannunciava pioggia. Camicia di seta fucsia lei, camicia a righe azzurre io. Una torta con candeline, numeri, scritte. Un paesaggio naturale dietro, che ci faceva dimenticare di essere a Palermo, e un sacco di invitati. Ma davanti a quella torta, in quel serrato abbraccio c’eravamo io e lei. Sa che quel momento è fotografato nella mia retina.
Lei fa parte del mio presente e spero che resterà anche nel futuro.
Ti prego, dille che mi dispiace per tutto quello che non ho avuto il tempo di dirle e perché, probabilmente, non potremo fare insieme molto di quello che ci eravamo promesse. Inoltre, se puoi, dille che sono fiera di lei. Ciò che fa è di gran lunga diverso da ciò che è. È una parte, non il tutto. E lei si merita di essere l’intera torta non una fetta.
Altre persone fanno parte della mia vita, hai ragione, ma chi davvero merita una pagina in questo ricordo?
Probabilmente Marta si starà chiedendo perché non sto parlando di lei, Michela idem o anche Giada o Nadia.
Ma non ho tempo ed ho paura di espormi. Il loro rapporto con me è così complesso che non saprei che scriverti o forse sono stanca, non lo so.
Per paura di pentirmi preferisco omettere; il dubbio è il privilegio più grande che da sempre mi concedo.
P.S.
Ho sensazioni addosso che non so spiegarti. Mi è venuta in testa una poesia ma l’ho dimenticata mentre articolavo il verso. Fa niente.
Non perdo però occasione per dirti che ti amo.
to be continued…