
SEQUESTRO GIORNO 6
Stamattina sono tutti dolori. Voglio piangere ma non mi escono lacrime.
Avrò finito anche quelle?
Sto così male che mi sembra di rivivere quella sera.
Conosci parte di questa storia ma il resto è molto più importante.
Ricordo, mi mancava il respiro. Il cuore, in preda ad una feroce bradicardia, stava salutando i compagni di viaggio con un clamoroso “Addieu”.
Mi trovavo sul margine di una strada a pregare chiunque ci fosse lassù di portarmi via.
Avrei sempre voluto decidere quando morire, come morire e soprattutto davanti a chi o cosa.
Io quella sera invece ero un mucchio di ossa rotta, un vestito dilaniato e un rossetto scuro malamente sbavato.
Si, sembrava il giusto scenario per una teatralità oscura che forse sognavo da tempo.
Infatti, avevo la brama di voler rimanere impressa nella mente di chi mi avrebbe ritrovata lì, fredda e rigida, sul marciapiede nel quale mi sarei schiantata, volutamente, perché dicono che “il primo morto non si scorda mai”.
Ma quella situazione era diversa, ed in quel momento, proprio in quel momento, avrei voluto invece qualcuno che mi tenesse la mano. Non ero caduta volando dal terzo piano ma ero stata buttata lì da una macchina in corsa, da un essere indegno. Così, in quel momento, sognavo qualcuno che accompagnasse la mia anima con il suo pianto e il suo dolore.
Che ne sarà della nostra anima? Te lo sei mai chiesta?
Brenda, io vorrei che la mia anima si incontrasse con la tua e che insieme potessero varcare i cieli. Vorrei che le nostre anime fossero libere dallo spazio e dal tempo. Libere da tutto quello che ci ha tenuto lontane.
Tolto questo desiderio, penso che l’anima lasci il corpo un secondo dopo aver spirato ma ho molti dubbi: dove va?, resta sola?, che forma assume?
Credo, però, che in alcune situazioni possa rimanere incastrata nel corpo solo perché non è pronta per lasciarlo e andare via. Quante questioni irrisolte abbiamo?
Dio, Brenda, spero di scoprirlo il più tardi possibile.
Quella famosa notte, di cui prima scrivevo, con l’ultima manciata di forza che mi ritrovavo, presi da terra una bottiglia di birra vuota e la lanciai forte contro il muro tanto da farla rompere. Il rumore fu accompagnato dal mio ultimo grido.
Dopo mi abbandonai a tutto ciò che sarebbe avvenuto: o morte o vita.
Lentamente, come in un sogno, iniziai a sentire flebili voci che chiedevano aiuto in mio nome e in poco tempo una cerchia indistinta di umani si piazzò attorno a quella che stava diventando la mia salma.
Le sirene dell’ambulanza, che fino a quel momento avevo associato alla dipartita, ora avevano il suono delle campane della Santa Pasqua: quelle che acclamano la Resurrezione.
Entrai in coma e sognai tante di quelle cose che avrei storie da raccontare all’infinito. Molte storie diverse mi facevano compagnia ma l’unica che si ripeteva costantemente era la visione di un essere angelicato che ha l’ azzurro dei tuoi occhi e l’oro dei tuoi capelli.
Quell’ immagine, e niente più, dava linfa alla mia mente e il desiderio di risveglio si faceva strada nei suoni delle macchine che mi tenevano in vita.
A quei tempi non sapevo ancora nulla di te, il tuo nome era il desiderio più intimo che bramavo e il tuo viso era il quadro più bello che io avessi mai visto.
Si dice che il cervello umano è impossibilitato a creare volti “ex novo” ma che necessita di aver incrociato almeno una volta quel viso (anche per un secondo) per poterlo immagazzinare in memoria e creare un archivio di volti da usare ogni qual volta serve (soprattutto nel campo onirico). Non so ancora perché il mio cervello aveva deciso di estrarre dall’archivio il tuo volto, non sapevo ancora dove ci eravamo incontrate prima ma penso che nulla sarebbe stato più dolce del tuo sorriso. Sono contenta che il mio cervello ti abbia scelto.
Quanti volti avevo incrociato nella mia vita?
Eppure nel momento in cui combattevo tra vita e morte eri tu la mia “Madonna”.
Le percosse che avevo subito mi avevano creato un trauma cranico che per tutto il tempo del coma era stato segnato con 3 nella Glasgow Coma Scale (lo so ti sembrerà strano ma è una scala usata in medicina per indicare l’entità del trauma cranico e del coma. Più è bassa e più è grave).
Inoltre, avevo il volto tumefatto e il piede rotto. Era necessaria tanta pazienza e avevo bisogno di riposo.
Quando finalmente dopo giorni mi risvegliai il pensiero di te scomparve dalla mia vita esattamente come il più bello dei sogni che l’inconscio nasconde al giorno.
Dopo i mesi di recupero, che coincisero con l’estate, settembre si presentò alle porte della Sicilia ed entrò senza farci rimpiangere troppo il caldo torrido di agosto.
La differenza principale tra i due mesi era la scuola.
Ero terrorizzata all’idea di tornarci, di vivere quello che sarebbe stato il giudizio degli altri e gli occhi indiscreti di chi mi considerava comunque “colpevole”.
14 settembre, primo giorno di scuola, ed io aspettavo, con il mio solito zaino a quadri e i jeans neri, che la campanella suonasse. Il tempo passava e ancora nulla.
I collaboratori scolastici non erano mai stati in ritardo, perchè proprio quel giorno?
Le mie gambe continuavano a tremare, il viso sudava e le mani danzavano tra loro per mantenere la paura sotto controllo.
Non riuscivo a pensare ad altro che non fosse il processo che sarebbe iniziato a breve.
Restare fuori, nell’atrio della scuola, mi faceva sentire scoperta ed io odiavo sentirmi in wuel modo.
Avevo sempre pensato che un branco di lupi che conosci, sono pur sempre lupi, ma almeno sai quali sono le loro mosse e ne puoi anticipare l’attacco. Quelli che aspettavano con me il suono della campanella, nell’atrio, mi sembravano lupi dei quali non sapevo nulla. Non erano i miei compagni di classe. Erano persone che sapevano di me ma non io di loro. Tutto questo mi spaventava e sentivo il pericolo scorrermi nelle vene insieme a tutte le pasticche che segretamente avevo preso per affrontare la giornata.
Quando finalmente il suono della campanella mi aveva riportata con i piedi per terra mi resi conto che a scuola avevano cambiato la disposizione delle classi e tutti i ragazzi correvano tra i corridoi, salendo su e giù per le scale, tentando di arrivare per primi in classe ad aggiudicarsi, così, il posto che bramavano da tempo.
Il primo giorno di scuola ha un odore che riconoscerei tra mille ed un rumore che sa di vita anche quando tu ti senti morta dentro.
Anche io correvo su e giù cercando la mia aula ma non perché mi interessasse del posto ma semplicemente perché avevo bisogno di un fortino sicuro in cui poter finalmente allentare la pressione degli occhi estranei che si poggiavano sulla pelle. Odiavo i miei compagni ma erano i soliti 14 di sempre.
Stavo scendendo gli ultimi due gradini della scala A per raggiungere le classi vicino il laboratorio di fisica quando, assorta nei miei pensieri, buttai giù il piede “a vuoto” ed inciampai, come mio solito, trovandomi a terra davanti ai piedi lunghi di qualcuno.
Con angoscia alzai lo sguardo e, pronta all’insulto, guardai in faccia chi mi stava davanti.
I tuoi occhi mi scavarono dentro un buco immenso che ancora non ho risanato e la mia mente mi ha riportato indietro di quasi tre mesi quando mi trovavo in fin di vita sul letto della rianimazione.
Pensai: “Io ti ho già incontrata”.
Dopo tutto questo tempo non so ancora dirti cosa io abbia provato. Non ci sono parole umane che possano rappresentare il completo “black out emotivo” che ho riscontrato nel mio cuore fragile e nella mia mente imbottita di ansiolitici.
Ti lasciai andare distogliendo lo sguardo, abbassai il capo e mordendomi il labbro, in segno di protesta, decisi di dirti un secco “Scusa”.
Sentivo i tuoi passi allontanarsi senza emettere un fiato e le tenebre che mi hai regalato in quei momenti non mi hanno mai più lasciato.
Mi alzai di scatto ed in tempo per evitare che una delle ultime “compagne-arpie”, che stava scendendo, potesse beccarmi a terra e ridere di me.
I rapporti tra me e i miei compagni non erano buoni, anzi, ci detestavamo. Io odiavo loro perché fondamentalmente mi avevano isolata e fatto violenza psicologica e loro odiavano me perché non avevo mai perso l’occasione per sbattergli in faccia quanto fossi migliore di loro. Questa guerra silenziosa era cominciata a causa di Greta e finì per coinvolgere anche chi non c’entrava nulla.
Greta ed io eravamo compagne sin dalle scuole medie ed era conosciuta, oltre per la sua immensa cattiveria ed invidia, soprattutto per essere la ragazza di Lorenzo, il più figo e desiderato della scuola. Nonostante l’immenso prestigio, Greta, non era mai felice e come in uno splendido cliché di un “teen drama americano” era in realtà vittima di questo narcisista patologico che oltre la fame, la vita e la libertà le aveva tolto anche la dignità di essere umano riempiendola di mazzate e tradimenti.
Ma Greta era così determinata nella sua scalata sociale (che non era riuscita a raggiungere né con la danza, né con lo studio) che non vedeva (o meglio preferiva non vedere) quello che quel mostro le stava facendo. Raggiungeva il suo orgasmo quotidiano nel vedere le altre ragazze invidiose della sua posizione di reginetta della scuola accanto al ragazzo desiderato da tutte ma copriva i lividi con il fondotinta.
Dopo averti incontrata nelle scale sentivo impulsi sconosciuti. Mi sentivo forte, anche se debole, e il mio bisogno principale era sapere chi fossi. L’unica che poteva darmi una risposta era lei, quella specie di essere mutante che era fonte di una delle mie rovine. Dovevo chiederlo a Greta.
Una volta entrata in classe presi il coraggio a quattro mani e mi avvicinai a lei. Stava tenendo uno dei suoi soliti monologhi, perché nessuno aveva il coraggio di dialogare seriamente con lei, così mi imposi nella conversazione che stava portando avanti con sé stessa, piena di spettatori.
“Scusa Greta, scusa se ti interrompo ma potresti dirmi che classi ci stanno sopra la nostra?”
In quel momento le galline che le stavano attorno si erano fatte di pietra e, girandosi verso di me, lanciavano occasionali sguardi di pietà.
Greta era rimasta in silenzio ma non perché non sapeva cosa dire (né tantomeno perché avesse paura di me), ma semplicemente perché era rimasta stupita da quella mia iniziativa nel parlarle.
Erano circa tre anni che non ci parlavamo o meglio che io non le parlavo perché avevo preferito la via del silenzio come risposta ai suoi continui soprusi e violenze verbali.
Pensa che in prima media eravamo anche diventate amiche in modo molto spontaneo ed autentico. Mi avevano riconosciuto il potere di tirare da lei solo il meglio, lasciando sul fondo il peggio. Solo che dopo poco più di un anno avevamo già scelto strade diverse e soprattutto le nostre aspirazioni erano cambiate. Io combattevo con me stessa mentre lei combatteva uno schema sociale che non la vedeva protagonista.
Tutto quello che ci legava venne spazzato via via dalla sua competizione. Io, che credevo di non avere nulla che lei potesse desiderare, avevo questa capacità comunicativa nella scrittura che divenne per lei un ostacolo. Ero diventata un’altra nemica che poteva intromettersi nella sua scalata. Non aveva mai letto nulla che fosse mio, non sapeva bene cosa io avessi dentro eppure stava lì a contestare qualsiasi cosa semplicemente perché pensava di riuscire a farmi smettere.
Non lo feci mai.
Mi allontanai da lei e l’idea di essere stata lasciata come una mina vagante, la distrusse. Da quel momento decise che mi avrebbe fatto scoppiare, ci ha provato in tutti i modi ma sono ancora qua. Dall’atrocità del suo fare a volte penso che dovevo proprio farle paura altrimenti non si spiega.
Dopo questo silenzio lunghissimo, che mi ha permesso di fare questa digressione, mi rispose: “La 4^ B. Perché?”
Ed io aggiunsi subito: “ Ah quindi la classe di Lorenzo?”
Lapidaria rispose: “Si”.
A quella risposta mi allontanai di scatto seguita dalle loro risa impazzite e dall’epiteto che più amavano cucirmi addosso: “depressa”.
Mi accomodai nel mio magico banco in fondo a destra e speravo che arrivasse la prof. mentre pensavo come restringere il campo a tutte le splendide alunne di 4^B che avevano i tuoi occhioni.
Con il senno di poi penso che Greta abbia iniziato a buttare fango in una situazione che era già buia di suo. Quando iniziò a “perseguitarmi” stavo ancora imparando a muovermi nelle tenebre ma poi dovetti imparare anche a nuotare nel fango.
Non sono fiera di essere rimasta immobile per molto tempo ma non sapevo cosa fare.
L’immobilismo che questa situazione mi provocò mi lascia ancora uno sconcerto appiccicoso che non mi permette mai di tenere la testa alta oltre qualche centimetro.
Credo che quel giorno, quello in cui ti incontrai, per la prima volta mi resi conto di non essere etero. Non che prima ne fossi pienamente convinta, però ecco l’educazione ricevuta e le esperienze della vita non mi avevano mai permesso di farmi altre domande.
Ho sempre avuto una mente aperta, priva di limiti e restrizioni ma come si gestisce un fulmine a ciel sereno così?
L’immagine di me che mi avevano inculcato, l’idea che mi ero fatta su me stessa e il mio futuro aveva appena subito un reset.
Eppure mai come allora mi sentivo me stessa.
Ho sentito così tante volte la frase: “non voglio etichette” che per un periodo ho pensato di non voler andare più in profondità perchè pensavo che mi andasse bene così. In realtà ognuno di noi è diverso ed ho capito anche la sostanziale differenza tra “etichetta” e “definizione”. L’etichetta è ciò che gli altri decidono per te e ti attaccano addosso tipo surgelato dell’Eurospin. La definizione è ciò che tu dai a te stesso perché senti il bisogno di definirti, di essere ed esistere nel tuo spazio di mondo.
Non tutti hanno questo bisogno, e lo comprendo, ma non capisco perché io che lo sentivo me l’ero negato.
Ad oggi posso dirti di aver capito di essere lesbica. E questa parola che tanto mi spaventava adesso era diventata soave.
Avevo ed ho paura, però mi sento bene, mi sento serena. Rientrare in dei contenitori non sempre è qualcosa di negativo, a volte il sostegno di una comunità ci dà forza.
Non so spiegarti quanto è stato difficile ricostruire l’idea di me stessa e quanto tempo ci è voluto per capire che non ero cambiata rispetto a prima ma che ero solo la solita Maelle solo che aveva capito qualcosa in più su se stessa.
Non ti nego che a volte mi sono pentita di questa scoperta ma semplicemente perché l’ho vista come una complicazione alla mia situazione precaria. Non è facile essere donna, non è facile essere “non bianca” (e nemmeno “non nera”) e non è facile essere qualcosa di diverso dall’essere etero. Sono solo momenti di stanchezza ma non ho mai smesso di lottare per i miei diritti e per i diritti di tutte le ragazze come me. Ho visto gente lodarmi cambiare idea solo perché sono lesbica. Ho visto gente considerarmi “deviata” perché provo amore verso una persona. Ho visto gente odiarmi solo perché sono lesbica.
Una volta uno psichiatra mi disse “non c’è nulla da curare in dei sentimenti e in delle emozioni, chi pensa il contrario dovrebbe essere sottoposto lui/lei a cura”.
A volte mi sono ritrovata a ridere su come la mia vita fosse impiantata sul “mezzo” seppur mi sono sempre ostinata a vivere sul “ o è bianco o è nero”. Ho capito, a mie spese, che la vita è fatta dall’arcobaleno che ci sta in mezzo a quegli estremi che non rappresentano la realtà che per definizione è “mutevole”.
Il primo arcobaleno che ho visto, che ho accettato ed amato è stato proprio quello della mia sessualità.
Con l’amore ho sempre fatto più casini che altro, ma semplicemente perché quando ho scoperto cosa significasse amare veramente non mi sono più accontentata.
Non penso di essere in grado di amare, ho mille difetti, ma una sola volta sono riuscita a capire cosa si prova a sentire questo sentimento che ti totalizza e che ti rende una persona nuova. Mi sento fortunata per questo.
Ho sofferto così tanto per amore che non penso che il mio cuore potrà mai riprendersi. Tutte le altre sofferenze della mia vita sono nulle rispetto a questo acuto dolore che percepisco in mezzo al petto. Ho provato a non caricarti mai del peso di questa mia croce anche se porta tuttora il tuo nome.
Ancora ora, per quanto io non voglia, ti trovo incastrata tra le nuvole della mia mente, tra i miocardiociti del mio miocardio e tra le trama sottili della mia anima.
Scrivere di te, soprattutto nel tempo del nostro silenzio, è stato terapeutico ed è stato ciò che mi ha permesso di sopravvivere allo sconforto della mia anima.
Non avevo mai scritto di amori adolescenziali finiti male o di pene per i “no” ricevuti e sensi di colpa per i “si” detti. Non era qualcosa che mi apparteneva e che sentivo mio, ma forse non era proprio così. Avevo costruito un personaggio che non doveva avere sentimenti considerati “infantili” ed “immaturi” ma non è così, sono sempre stata una persona.
Io sentivo di appartenerti e avrei voluto che tu sentissi la stessa catena.
Così passavo le sere, in cui attendevo qualcosa, a scrivere componimenti poetici su quelle briciole che avevo.
La cosa più incredibile è che per molto tempo del nostro burrascoso inizio io ho continuato a farlo.
Ho riempito di piccoli dettagli e magnifici particolari quelle descrizioni puramente sensoriali e sensuali che di te facevo.
Ricordo che l’occasione del nostro primo avvicinamento cadde su noi come pioggia in un pomeriggio estivo.
Dopo un anno di fantasticare su di te, su di noi e su come mi facevi sentire ci ritrovammo, l’estate successiva a quel nostro primo incontro, in una festa in cui “Galeotto fu” il nostro punto di legame: i tuoi compagni di classe.
I 18 anni della fidanzata del mio lontano ma affettuoso cugino Pietro, che in modo assai carino aveva deciso di invitarmi per “non farmi sentire il peso della solitudine”, li ricorderò per sempre. Villa sul mare a Partinico, sushi in terrazza e brezza leggera. Ero appena arrivata quando riuscii a collegare tutto. Lorenzo, tu, la fidanzata di mio cugino eravate tutti nella stessa classe, tutti nella B. In quel momento il mio cuore si fermò. Iniziai a cercarti con gli occhi, con le mani spostando la folla che ballava nella pista ma soprattutto seguivo sensazioni interne che non pensavo di poter provare mai nella mia vita.
Ed eccoti lì, seduta al bar della terrazza con il tuo Vodka Lemon che stavi per finire. Tanti altri bicchieri vicini facevano presupporre che quello non fosse il primo drink bevuto.
Ricordo nitidamente cosa avevi messo, i colori di quella sera mi confondono ancora i sensi e sono la cosa più accesa che la mia mente, adesso, riesce a rielaborare in un qualche modo.
Una gonna nera abbastanza corta a svasare sui fianchi ti serrava la vita e un top rosso ti disegnava il seno come fa una matita.
I capelli erano malamente raccolti in una treccia morbida e gli occhi azzurri risaltavano per via dell’incarnato colorito dall’abbronzatura.
Mi avvicinai, tu eri “brilla” (e so adesso con certezza che quando alzi il gomito esce la parte più goliardica e audace che c’è in te) ma ti vedevo stare bene. L’alcool ti rende disinvolta e migliora quei lati spigolosi che normalmente mostri. Volevi offrirti qualcosa ma io avevo chiuso con l’alcool dopo l’esperienza dell’aggressione che mi aveva portata al coma durante il quale ti sognavo.
Effettivamente, per la prima volta, mi trovavo in una festa e non sentivo il bisogno di annegare nessun istinto suicida nell’alcool. Tu hai sempre avuto un effetto così pacificante che penso veramente di aver raggiunto la versione migliore di me nel nostro stare insieme.
Parlammo di fotografia, animali e libri. Il tempo sembrava volare.
In un momento di confusione mentre gli altri ballavano una lenta ballad io mi presi di coraggio e ti sfiorai le mani e lasciai che il mio mignolo si incastrasse col tuo. Ti guardavo mentre osservavi, con gli occhi romantici, le coppie che si strusciavano a tempo di musica e ne approfittai per tenerti incastrata tra le mie mani ancora un po’.
Questo racchiude bene la sintesi dei nostri desideri sempre diversi, opposti e mai pienamente riusciti.
Quella sera ci scambiammo i numeri e da quel momento in poi attesi per lunghi periodi qualche risposta ad un messaggio, un saluto per le scale o due parole scambiate all’uscita di scuola.
Non conoscendoti mi ero fatta un’idea sbagliata quella sera, la tua contagiosa vitalità, data dall’alcool, mi aveva indotto a pensare che rimanerti vicina sarebbe stato facile.
Ora so che per restarti dentro, per permetterti di abbassare le difese e placare la paura del tuo Ego serve qualcosa in più di una sera di chiacchiere da “non lucida”.
In quelle notti di attesa mi sbattevo da un lato all’altro del letto cercando di calmare il mio impulso e la mia rabbia.
Poi non so dirti quando il tutto ha iniziato a prendere veramente forma tra noi. So solo che nel nostro rapporto c’è stato un “prima” e un “dopo”, ma non so qual è stato l’anno zero.
So di certo che dopo la nostra lunga tempesta iniziale c’è stato uno, sperato, sentito sereno e le notti hanno iniziato ad avere un altro sapore da quando sei entrata nella mia vita.
Anche qui la notte sembra farmi meno paura e nell’angolo di questa cella ho deciso di scriverti finalmente la dichiarazione che ti dovevo da tutta una vita. Ci siamo possedute così tante volte che alla fine avevo paura di rovinare tutto con parole che non avresti potuto gestire ma adesso ecco la lettera d’amore che ti meriti.
“Ho sempre iniziato a pensare a cosa dirti ancora prima che tu conoscessi il mio nome. Come tutte le mie cose, anche questa, nella mia testa era andata troppo avanti e in maniera troppo prematura persino per i miei standard. Con il senno di poi sono contenta di non aver ascoltato il mio istinto e di non essermi ritrovata a dirti cose troppo acerbe e prive di vita vissuta in quella sera di festa quando per la prima volta ci parlammo.
Non hai idea della quantità di volte che ho pensato a questa folle idea di dirti tutto ma qualcosa mi ha sempre frenato.
Adesso l’ho deciso perchè una parte di me ha bisogno di liberarsi, di trovare pace nella verità (in un modo o nell’altro) e di essere sincera (finalmente) mentre l’altra parte, quella più vigliacca, non vorrebbe mai e poi mai dirti tutto quello che seguirà soprattutto perchè penso che ormai non potrò neanche conoscere la tua risposta.
Certo non pensavo di farlo così, ho sempre immaginato di dirti tutto di persona. Si, volevo affrontare il drago a quattro teste tutto d’un fiato. Volevo guardarti negli occhi e stringerti la mano.
Ora mi sono convinta, vista la situazione, che forse non potrò garantirti “un faccia a faccia” degno di nota e quindi eccomi qui a scrivere ancora. E poi Cicerone diceva che “Una lettera non arrossisce”.
Devo dirti così tante cose che penso che ne dimenticherò tante altre ma vorrei iniziare dicendo che per questa lettera ho dovuto accettare il fatto di perderti davvero definitivamente. Ho dovuto proprio adesso accettare l’idea di non averti più nella mia vita e di magari essere cancellata dal tuo ricordo per sempre. Questa cosa mi spezza, mi strappa l’anima dal petto e mi rende infelice, ma la vita è una ed io non posso più scappare. Non voglio che tu mi possa odiare per averti tenuto nascosto tutto ma penso che sarebbe stato peggio continuare a mentire anche adesso. Lo so che avevamo detto zero bugie ma certe cose vanno oltre la logica umana e ci costringono a tradire i patti.
Mi sono accontentata così tante volte delle briciole che mi lasciavi che adesso non ho più pretese. Quello che sento mi ha riempito anche di quello che non mi hai mai dato.
Ho sempre ridotto il mio spazio per renderti ancora più voluminosa e imperante su tutto quello che della mia vita era ed in parte ancora è. Penserai che te lo sto rinfacciando ma non è così, solo che mi sembrava la giusta premessa per quello che verrà dopo. Voglio solo che tu capisca che rimanerti accanto non è stato un capriccio, ma un sacrificio d’amore.
Ti ricordi quando ti ho detto che per me amore ed amicizia erano due facce della stessa medaglia? Ecco è vero. L’amicizia è la parte altruistica dell’amore. E l’amore è la parte egoista.
Quando ami non sei disposta a lasciare andare l’altro neanche se sai che è per il suo bene. Non sei pronta a metterti da parte perchè ami.
Quante volte avrei dovuto pensare più al tuo bene, più al fatto che fossimo amiche e non a questo bisogno che ho di amarti.
Ti amo non per te ma per me, perché ne ho bisogno.
Ah l’amore, questo sentimento bastardo che ti totalizza e che ti fa sentire sempre ubriaco anche da sobrio.
Ho combattuto contro me stessa per non guardarti mentre ti pettinavi i capelli e pensare “quanto la amo”.
L’idea di poter anche io convertirmi a quel “ti amo” mi portava ad odiarmi perché sentivo di tradire il tuo bene per mettere avanti il mio. Sapevo che se mi fossi abbandonata a quel sentimento avrei finito per ferirti ma adesso penso di ferirti anche se mi porto queste cose nella tomba senza che tu le sappia.
Potrei dirti miliardi di cose di te, di me e di noi. Cose che sai e sappiamo ma che sono sempre belle da ripercorrere ma finirei per dimenticare il mio obiettivo e probabilmente procastinerei ed io non ho tempo.
Sono qui a scriverti come un’adolescente per dirti che non voglio più nascondere a te, a me e a nessun altro al mondo quanto io sia persa di te. Voglio che il mio amore possa finalmente trasudare da qualche parte sennò scoppierebbe nel mio cuore.
La verità è che mi piaci. Mi sei sempre piaciuta. E mi piacerai per sempre.
Mi piace come mi fai sentire, come mi rifletto nei tuoi occhi e come mi sento bella quando ti sto accanto.
Mi piaci con quegli occhi azzurri che hai pieni di quella tristezza che ti porti dentro per il perdono che non ti hanno mai chiesto.
Mi piaci con quella faccia da austera regina delle nevi che impaurisce tutti e mi piaci quando ridi spontaneamente perché ti vengono le fossette sotto gli occhi.
Mi piaci quando parli di arte che ti illumini e mi piaci quando parli in genere perché comunque starei ore ad ascoltarti.
Mi piace quando ti abbandoni e ti apri al mondo e sei quasi meravigliata da ciò che ti sta intorno (proprio come fanno i bambini).
Mi piaci quando ti arrabbi o parli con stizza di cose e persone perché so che in realtà non faresti male neanche ad una mosca.
Mi piaci perché, anche se pensi di non riuscirci, ti sai prendere cura degli altri.
Mi piaci perché riesci ad essere per me ciò che gli altri non sono stati mai: qualcuno che resta nella mia mente e nel mio cuore senza che io mi stanchi, senza che io mi possa spegnere e senza che io scappi.
Quello stesso qualcuno che ti permette di dire: “È stato un sentimento così forte che non importa quanto è durato o come andrà a finire perché io mi sento già grata per averlo provato e vissuto”.
Penso che tu mi piaccia veramente da sempre, solo che è stato molto più difficile di così.
Ho passato periodi in cui mi convincevo che mi era passata la cotta e che saremmo state per sempre grandi amiche e periodi in cui tornavi come tormenta nella mia vita.
Mi sono ritrovata a scrivere di te più di quanto pensassi e più di quanto, a volte, volessi ma in alcuni momenti era il mio unico punto di connessione con questa cosa che provavo che era più grande di me.
Molte delle cose che ho scritto le hai già lette e posso dirti, con un po’ di mia soddisfazione nascosta, che pensavo: “Sta leggendo qualcosa che non sa che è per lei. Chissà cosa penserebbe se lo scoprisse”.
Nei baci che ci siamo date, quando tu avevi bisogno di sentirti voluta bene, io mi sono “rotta” sempre un po’ e finivo per ricompormi quando ti abbracciavo.
Mi sono chiesta più volte che senso ha avuto ed ha per me tutta questa sofferenza…
Non ho mai trovato una risposta ma non rinnego nulla.
Questo capodanno è stato il primo in cui ho cercato di fare tutto bene, il primo senza di te e senza nemmeno la speranza che tu potessi provare, visto come abbiamo chiuso prima che partissi sei mesi fa, la mia mancanza. Non so più cosa hai fatto, chi sei diventata e soprattutto perché ti ho dato questo potere.
Mi manchi tanto, così per come sei: sgualcita anche tu da questa vita che toglie il fiato e ci restituisce briciole.
Forse ti ho dato più di quanto dovevo, forse, ma non mi pento.
La luce che mi porto dentro avrà sempre il tuo nome così come il mio dolore più grande.
Tua Maelle”
Queste cose avrei potuto dirtele prima ma cosa sarebbe cambiato?
Volevamo cose diverse e nessuna delle due sarebbe stata mai disposta a cedere per l’altra. Io non mi sono mai rassegnata del tutto alla tua sola amicizia e tu invece non hai mai mollato la tua eteronormatività.
Però mi lascio il privilegio del dubbio, spero ancora che tu, in realtà, non abbia mai cambiato idea solo perché avessi paura e non sapessi quanto in fondo eri disposta a rischiare per noi. Sogno ancora un finale diverso in cui tu mi avvicini a te, nel centro di Madrid, magari a Plaza Mayor, e mentre tutti ci guardano tu mi dai il bacio più bello della nostra vita. Sogno un finale in cui tu sarai tutta per me ed io per te, anche se quello lo sono già.
Lo so, continuo a vivere Azzurre Attese mentre ci lasciamo scivolare dalle mani il tempo.
P.S
Questa poesia la conosci già. La troverai più avanti in qualche pagina sfusa. È stata la prima che ti ho dedicato e te l’ho letta una volta mentre alle tre di notte stavamo al telefono a sparlare delle nostre prof di scienze. La tua risata è la mia canzone preferita.
Ricordo ancora il tuo commento: “ Sembra una dedica d’amore.”
Si, amore, lo era. Era la mia per te.
to be continued…