“Il mio nome è Maelle” cap 5

la copertina del racconto

SEQUESTRO GIORNO 5

La colazione stamattina mi offriva un nuovo spunto. Dopo non so quanto tempo mi veniva dato un pacchetto di biscotti italiani con delle gocce di cioccolato.


“Cioccolato” e subito mi viene in mente nonna Matilda.


Mia nonna mi ha amata oltre misura ma nel nostro rapporto esiste un “prima” e un “dopo”. Non parlo volentieri di questa storia, ho una tremenda difficoltà nell’affrontare l’umanità fallibile di chi mi sta accanto (pensa pensa la mia) ma ho bisogno di farlo adesso in questo luogo ed in questo tempo.
Ti riporto il ricordo di quella conversazione.


“So cosa stai pensando mia piccola Maelle, i tuoi occhioni dolci e sereni mi scrutano con quell’espressione interrogativa che solo voi bambini sapete avere.”

Ricordo la nonna mentre pronunciava queste parole con fare soddisfatto e quasi rinata per l’opportunità che le avevo dato di ricordare e raccontare. Ero ancora piccola per capire con esattezza che in realtà la nonna stava soffrendo molto ed ogni parola le sarebbe costata al pari dell’oro.


“Il mondo che tu vedi oggi è una conseguenza più o meno positiva di ciò che tempo fa io e la mia generazione abbiamo creato. Ci siamo dovuti rimboccare le maniche e ricostruire, dopo le Grandi Guerre, non solo un’Europa distrutta ma un’intera identità cancellata o meglio inesistente. La guerra ha il potere di renderci tutti uguali come ci ricorda Ungaretti in “Fratelli”.


“Di che reggimento siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
Foglia appena nata
Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità
Fratelli.”
(FRATELLI- Mariano il 15 luglio 1916)

Tutti accomunati da un destino comune: soli e prigionieri.”


La nonna aveva una squisita cultura classica che aveva ravvivato durante la pensione con la ripresa del latino e del greco. Non era strano sentirla decantare versi in metrica mentre metteva su il ragù.


Proseguì: “ Sentivamo il bisogno di trovare una risposta tale che potesse colmare gli orrori dei grandi e conosciuti genocidi (e di quelli che lo erano meno) che in un modo o nell’altro avevano annientato la nostra umanità.  L’ UMANITÀ che avevamo messo da parte perchè in guerra “si deve scegliere se vivere io o vivere tu” ed io ho scelto sempre la prima. Quel sentimento, quello dell’umanità, personalmente, non riuscivo più a trovarlo. Non mi ricordavo più che effetto facesse vivere in una società che non fosse in preda alla follia dell’accusa, nel clima del sospetto e a passo con il terrore. Sentimenti che continuano a serpeggiare tra la gente (anche molto tempo dopo rispetto alla data di fine della guerra riportata nei libri di storia).
Non sapevo, anzi non sapevamo, da dove iniziare e quale potesse essere realmente il nostro NUOVO INIZIO.
Eppure, cara Maelle, ripensandoci quell’ “inizio” lo avevamo proprio sotto il naso…
Ma era come se ci sfuggisse, forse era ancora troppo utopico, oppure, scherzoso, si mostrava celato sotto mutate vesti.”


Ricordo che la sentivo parlare quasi raccontasse qualcosa di così lontano nel tempo che avrebbe potuto iniziare con un “C’era volta” e per me non sarebbe cambiato nulla.
Ero perplessa a causa della serietà del suo tono (mai sentito prima) e per il tremore della voce (mai avvertito come allora). Forse la mia espressione tradì le mie intenzioni e si fermò; con la gentilezza del malato mi chiese per favore un goccio d’acqua. A quel punto capii che realmente stavamo per addentrarci nei meandri taciturni della sua anima, ancora giovane rispetto alle sue membra asciutte, ed era bisognosa di raccontarsi come forse non aveva fatto mai.


“Per tutta la vita mi sono sentita migliore degli altri. Medico, volontaria, madre eppure stavo sbagliando tutto. Solo un qualcosa nella mia vita, anzi un qualcuno, mi ha fatto capire per la prima volta che non avevo compreso nulla.
Non avevo capito nulla perché avevo fatto “baricentro” della mia esistenza le cose futili e mi ero dimenticata la vera essenza delle cose.
Ero un’egoista che pensava solo a sé, ero figlia del mio bellicoso tempo.
Avevo guardato per troppo tempo le macerie fuori e dentro di me, i morti, i figli mai tornati, la povertà, le famiglie distrutte e in  me cresceva solo la chiusura e il continuo “me” prima di “te”. Mi ero incattivita ed avevo dimenticavo cosa significasse “porgere l’altra guancia”. Non solo la guerra ma la mia vita, in genere, mi aveva resa di ghiaccio.
Andavo in chiesa a battermi il petto e non pensavo a quante persone avevo mostrato il mio odio gratuito.”


A quel punto fermai il racconto della nonna, non riuscivo a capire perché si stesse umiliando così con me. Io ero solo una bambina, non il suo confessore.
Non fece altro che sorridermi, mi appoggiò la mano tremante sulla  testa e i suoi occhi si riempirono di lacrime. Il grigio della sua iride divenne così uggioso che la mia anima sentì il trambusto della sua. Prese fiato e continuò:

“Tu, mia cara Maelle, sei stata per me la salvezza. Mi hai redento, hai avuto un potere catartico sul mio cuore e sulla mia mente.
Eri la figlia di una profuga eritrea. Eri la figlia di una donna che non aveva nulla. Eri la figlia di una tragedia che nessuno risolve. Questa eri tu nella mia mente non appena seppi del tuo concepimento. Questa eri nel mio cuore: un errore.”


La parola “errore”, io come Maelle, l’ho sempre associata a qualcosa di negativo ma dal momento che iniziai a pensare ad “errore” come “opportunità”, beh ho rivalutato l’intero concetto.

Però allora non nero ancora consapevole e ne soffrii molto ma rimasi in silenzio.


Poi aggiunse: “Ma non mi odiare né mi fraintendere, tu e tua madre mi avete spiegato il significato dell’amore. Adesso ti dirò come.
Fino a quel momento avevo professato molti buoni valori ma quando dovetti applicarli…beh furono guai.
Quanto è facile parlare sulle spalle degli altri?
Accogliamoli, ma non a casa mia.
Aiutiamoli, ma solo in date situazioni.
Amiamoli, ma solo con riserva.
Non sai quanto ho pensato, in questi anni, di aver tradito il mio giuramento di Ippocrate ed ho finito per sentirmi solo una macchina che eseguiva procedure. Quale salvezza dei miei pazienti mi è stata a cuore? Quale perdita mi ha sconvolto veramente?
Avevo deciso di andare a Lampedusa perché volevo scappare da Palermo e non per vocazione. Ho iniziato a fare volontariato perché avevo bisogno di adrenalina, di qualcosa che mi facesse sentire utile. Ho fatto del bene ma  con le intenzioni sbagliate… mi chiedo, è comunque “bene”?


Vuoi sapere com’è andata veramente la storia?


Le porte di casa mia si aprirono, contro la mia volontà, quando tua madre arrivò a Lampedusa. Era giovanissima ed aveva una bellezza piuttosto rara. Quel giorno di ottobre l’imbarcazione si era rovesciata a 20 miglia dalla costa e la guardia costiera era riuscita a recuperare soltanto 15 persone vive. Tua madre fu la prima a mettere piede sulla banchina e mi colpì tremendamente. Avevamo lo stesso sguardo, gli stessi occhi spenti con la disperazione che ci aveva solcato il viso e si vedeva in ogni nostra espressione.
Quando tuo padre si innamorò di lei io ero distrutta perché non capivo il perché di quella scelta così dolorosa. Voleva accogliere nel suo cuore una ragazza che aveva solo macerie dentro. Una ragazza che aveva l’odio nel cuore e che, probabilmente come me, era piena di rabbia. Inizialmente considerai questa unione come una disgrazia e come una nuova tortura alla quale Dio mi stava sottoponendo.”


A quelle parole io raggelai, cambiai definitivamente espressione e divenni di pietra.
Dentro di me sentii la delusione. Anche la nonna, che tanto avevo ammirato e amato, era esattamente come tutti gli altri.


La nonna era mortificata, si intravedeva un forte senso di colpa che forse la tormentava già da tempo.

Era titubante se continuare o meno ma poi con voce tremante disse:
“Pensavo che non sarebbe mai riuscita ad amare mio figlio perché era troppo impegnata a voler cambiare la sua vita e migliorarla. Pensavo che volesse soltanto fregarci perché una donna che aveva sofferto in quel modo non poteva realmente accogliere nessuno dentro di sé.
Per sei mesi decisi di non rivolgere più la parola né a tuo padre né a tua madre. Provai a richiudere quella porta che, fino a quel momento, se chiusa, mi aveva portato la serenità di chi ignora e continuare a vivere.
Però un giorno cambiò tutto: mi trovavo al mercato del pesce vicino la piazza e all’improvviso sentii una donna urlare “Aiuto” e mi girai di colpo.
Oh Maelle, se solo capissi cosa ho provato a vedere tua madre con il pancione china per terra mentre le lacrime le rigavano il volto. 
Il proprietario della casa in affitto in cui viveva con tuo padre, il signor Calogero, l’aveva presa a cuore e la trattava come una figlia. Quel giorno l’aveva accompagnata al mercato per comprare un po’ di pesce per il pranzo quando il povero Calogero, colto da un infarto, morì ai piedi di tua madre.
La verità come spada mi ferì l’anima.
Tua madre aveva accolto quell’uomo, nonostante il male che portava dentro, aveva accolto mio figlio, nonostante quello che aveva subito dagli uomini, e aveva accolto te che eri nuova vita nel suo gracile grembo.

In quel momento capii di aver sbagliato tutto… sentivo il peso del senso di colpa invadermi e uccidermi lentamente.
L’unica a portare l’odio nel petto, che si conficcava centimetro dopo centimetro nella mia anima, ero io.
Corsi verso di lei e l’abbracciai così forte che ricordo ancora di aver confuso i nostri battiti tanto che nessuno avrebbe riconosciuto la differenza tra il mio e il suo.

Quel giorno iniziai a vivere per davvero.


Quando scoprii di avere il cancro c’era proprio tua madre nella sala d’aspetto, l’unica che aveva deciso di dividere con me il mio dolore e il mio senso di perdita.
Tua madre mi aveva perdonato senza nemmeno che glielo chiedessi e quando, trattenendo le lacrime, uscii dall’ambulatorio lei mi corse in contro, mi guardò negli occhi e mi ricambiò quell’abbraccio che le donai tempo prima al mercato in quella triste mattina. 
Capii nuovamente, Maelle, di aver fatto l’errore più grande della mia vita e la strinsi ancora più forte tra le mie braccia.
Da quel momento lei divenne, insieme a te, la ragione della mia vita.
La mia seconda possibilità.
Ho sempre fatto in modo di non sprecarla, non tutti hanno questa fortuna. Spero di esserci riuscita.
Posso dirti adesso di sapere che forma ha la felicità, ha i tuoi occhi. ”


Soffrivo maledettamente nel vedere la nonna così pronta alla vita vera ma così vicina alla morte.
Aveva capito il vero senso della vita  quando le Parche stavano per tagliare il suo ultimo filo.


Con voce flebile la nonna mi disse ancora un’ultima cosa, accarezzandomi il viso puntellato di lacrime:


“Ma ora ti guardo, amore della nonna, e sono grata alla vita perché mi sono riscoperta umana. Perché ti accolgo e ti scelgo nel mio cuore giorno dopo giorno e mi sento così amata. Non ti dimenticare cosa è veramente importante nella vita: l’amore.
E mi raccomando… lotta per la tua libertà, vola sempre più in alto e rinasci nell’accoglienza. Ricordati di accogliere tutto ciò che verrà: il dolore, la gioia, la frustrazione, le offese, chi è diverso da te. Ama spudoratamente tanto e regala il tuo perdono perché sarà nel dare che riceverai anche quando sembrerà che non stai avendo nulla”.


La nonna fece un lungo sospiro, anche lei aveva gli occhi colmi di lacrime, sapevo quanto le costasse mostrarsi così vulnerabile davanti agli altri e forse anche davanti a me.
Non reggevo più la sua vista, il mio cuore, nel petto dilaniato, implorava aiuto ed anche lei non era messa meglio. Quella conversazione così intensa, che non capii subito, mi ritorna in mente di volta in volta sempre più ricca di particolari. Mi sforzo di non scordare il suono della sua voce, di ricordare il ritmo delle sue parole e la sua cadenza sempre al limite tra un italiano perfetto, il palermitano della borgata e il lampedusano della gente di mare.
Non voglio che il suo ricordo scompaia dentro me.

Mia nonna morì una settimana dopo quella conversazione.

N.B.
Penso spesso alla sua assenza e non riesco a colmarla con il tempo della sua presenza. Non è riuscita a riempire, per tempo, quei vuoti che mi avrebbe creato il non averla con me.
Oggi c’è stato un soffio di vento e si è mossa molta sabbia, l’ho sentito da qui sotto. Sarà suggestione, anche se io non ci credo, però la sua mano rugosa mi accarezzava il viso.

to be continued…

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