“Il mio nome è Maelle” cap 4

la copertina del racconto

SEQUESTRO GIORNO 4
Quando mia bisnonna Ester morì, lasciò in eredità a mia nonna Matilda e alle sue sorelle una piccola casa in un paesino dell’entroterra della provincia di Palermo.
Quella casetta era diventata sinonimo di serenità e non perdevamo occasione, soprattutto nelle domeniche di autunno, di tornare in quel nostro rifugio.
Adoravo le stradine che si intersecavano in giochi sempre nuovi, il tempo che sembrava dilatarsi e i ritmi totalmente diversi rispetto alla città.
Ricordo ancora quei momenti come tra i più felici della mia vita.


I profumi dei luoghi mi hanno sempre permesso di usare la fantasia anche quando lo stimolo olfattivo veniva meno e quel posto odorava di biscotti con gocce di cioccolato al mattino, di belle compagnie e di lunghi  giri in bici tra l’erbetta appena bagnata dalla pioggia mattutina.


Mi avevano tutti accolta come la “nuova”, la nipote dei “Palermitani” ma avevo instaurato rapporti sinceri e di qualcuno conservo ancora il sapore degli abbracci e di qualche partita a “schiaccia sette”.


La nostra non era una famiglia molto numerosa e questo mi pesava infinitamente. Sentivo che io, mamma, papà e nonna Matilda eravamo troppo pochi per definirci “famiglia”. Pensavo che mancasse qualcosa, pensavo che quel bisogno di famiglia che sentivo dentro dovesse essere colmato da qualcuno o qualcosa. Rincorrevo il silenzio e pregavo per avere rumori che indicavano nuova vita tra le stanze di casa mia.


Dopo dieci anni di essere, controvoglia, una figlia unica e malamente viziata bussò alla porta del mio cuore mia sorella Cloe.
È inutile dirti quanto io la desiderassi e quanto io l’amassi. Inutile descriverti cosa il mio cuore prova ancora quando la guardo, impossibile riuscire a scrivere con le mie parole banali l’odore della sua pelle. Il suo respiro completa il mio. Il suo battito va a tempo con il mio. La sua mente riesce a sorprendermi e il suo animo placa il mio con quella sua capacità innata di saper ascoltare e dare consigli. Mi sono sempre rapportata a lei come se fosse l’unica salvezza e l’unica speranza. Ero io stessa in continua ricerca di protezione ma volevo proteggerla a costo della vita. Volevo evitarle ogni dolore, ogni male e ogni cosa brutta. Volevo che tutti i suoi problemi si piantassero su di me come spine per permetterle di vivere in pace.
Non ti nego di essere stata, a volte, pungente e cruda nei suoi confronti ma solo per evitarle i miei errori. Mi rimprovero per tutte le volte che non le ho concesso il privilegio del dubbio nella scelta e l’ebbrezza dell’errore.


Mi ricordo la prima volta che la misi in braccio, Dio, se potessi tornare indietro e mettere stop su quel frame penso che non vorrei più spostarlo di un secondo.
Non ricordo una sola volta in cui provai gelosia per la sua venuta al mondo e, nonostante tutto, so che lei mi ama talmente tanto che difficilmente riesco a pensare ad un tipo di amore diverso rispetto a quello che ci lega.


Pudica oltre misura, timida per benessere personale e menefreghista per ribellione.
Si è sempre, e non solo, ribellata a me.
Al mio essere diametralmente opposta a lei quasi fosse l’unico modo per farsi notare, l’unico modo per attirare su di sé un’attenzione che violentemente mi prendevo con i miei mille drammi che puntualmente le piovevano addosso.


Era, ed è, il mio ombrello. So che non le fa paura la pioggia, ma io per lei sono stata sempre il suo balaclava, perché sa che non temo il freddo.


Mi sono sempre rimproverata di aver creato questo rapporto totalizzante da non lasciare spazio per nessuno, neanche per mia mamma. Spero di non averle creato vuoti, una sola persona non basta. Tutto questo mi ha portato così tanti sensi di colpa che difficilmente mi hanno permesso di farmi la mia vita senza sentire il senso di colpa scorrermi nelle vene. Il pensiero di averla tradita e di averla illusa non mi abbandonerà mai.


La tengo gelosamente stretta a me. Che fastidio che sono. La vorrei vedere crescere ed assicurarle la mia presenza e il mio amore incondizionato per sempre, ma non so se questo potrò farlo.


Vorrei poterti dire che non è colpa mia ma non è così. Sono qui perchè sapevo che rischio correvo e cosa lasciavo, ma l’ho fatto comunque.


Ti prego riferisci, se puoi, che l’ho amata sopra ogni confine del mondo, sopra ogni spazio che si può dire umano e sopra ogni respiro che mi rimane.


Pensare a Cloe mi spinge ad interrogarmi su che tipo di bambina sono stata.
Una dall’intelligenza viva e spiccata (come mi dicevano tutti)  ma senza alcun particolare interesse. Fondamentalmente ambiziosa ma senza grande voglia di fare. Piatta ma con l’aspirazione di non esserlo più. Sai, molte mie compagne praticavano sport a livelli agonistici, altre suonavano uno strumento e molte si impegnavano ad imparare una nuova lingua… beh, io niente.
Quando provavo uno sport ero quasi certa che l’avrei lasciato e per questo la maggior parte delle volte neanche ci andavo. Iniziai lo studio della chitarra ma finii per trascinarmi esattamente come succedeva per molte cose della mia vita in quel periodo. Forse l’unica attività che potrei annoverare come “passione” (ma semplicemente perché ricordo che mi faceva ardere leggermente più il cuore) era la danza. Avevo iniziato perché nonna Matilda mi costrinse in quanto sosteneva che il rosa del tutù stava benissimo con la mia pelle e continuai per quasi quattro anni.


Questa volta purtroppo fui costretta a lasciare in quanto  “il mio peso non soddisfava i canoni richiesti”. Lapidaria frase che conservo ancora oggi, a distanza di molto tempo, nel mio cuore.

Quelle poche parole, pronunciate dalla mia maestra di danza, mi convinsero che uno dei miei rifugi: il cibo, poteva non essere così sicuro. Iniziai ad intraprendere una relazione tossica con il cibo. I segni di questa relazione li porto ancora addosso e soprattutto nella mia mente quando misuro con le mani la circonferenza del mio braccio oppure quando mi induco il vomito bevendo acqua e sale perché penso di aver esagerato.


I miei perenni sensi di nausea hanno finito per definirmi e le particolari fissazioni si sono fatte spazio nella mia vita.

Una delle più tragiche fu quella di non voler inghiottire nulla di più grande di un fagiolo.
Arrivai ad introdurre soli liquidi e perdere 10 kg in poche settimane. La prima cosa veramente solida che, dopo tre mesi, riuscii a masticare fu un panino del Mc Donald’s che mi regalò lo zio Giuseppe.


Il tempo passava ed alla fine arrivai alle soglie, della porta infernale, dell’adolescenza con una scarsa considerazione delle mie capacità, con un corpo che non mi aiutava affatto e con questa dannata spiccata sensibilità che mi faceva vivere tutto in maniera talmente amplificato da stare male fino alle ossa.

La mia situazione non fece altro che avvalorare quell’opprimente senso di nulla che mi aveva portato, con il tempo, ad uno stadio di indifferenza generale nei confronti della vita. Alla fine mi ero convinta andasse bene così.


Che rapporto hai con la fede?
Okay, probabilmente ti sembrerò una pazza ad uscirmene così però ho bisogno di saperlo.
Io non ho ricevuto nessuna educazione religiosa: nessun sacramento del cattolicesimo, né ho mai seguito i cinque pilastri dell’islam o qualsiasi altra cosa di altre religioni.
Non ho nessun contenitore in cui inserirmi anche se a volte ne avrei voluto uno.
Non ho mai tentato di trovare una mia fede ma ho sempre apprezzato la morale Cristiana. “Ama il prossimo tuo come te stesso”, cosa c’è di più rivoluzionario al mondo?


Sono stata fedele all’unica religione che conosco: la scrittura.
Non so se scrivere mi ha salvata o se mi ha condannata. Il bisogno di esprimere ciò che provavo si è mischiato al desiderio di distinguermi grazie alla scrittura. Passione mista a scopo non sempre danno “bene” come risultante. Ho scritto cose molto belle, sincere e cose per le mie battaglie personali. Altre volte ho scritto cose che avrebbero fatto successo. Il divario è immenso anche se me ne sono accorta solo io. Ho scritto tante cose quasi volessi lasciare la mia memoria da qualche parte, in qualche foglio. A 8 anni per un compito in classe scrissi la poesia “Il vento”, vinse un premio.  Lo considero, ancora,  l’unico vero  battesimo che io abbia mai ricevuto.
A 14 anni scrissi per un compito in classe il tema “11 settembre”, non parlava della strage delle Torri Gemelle e non vinse niente però mi rese libera perché parlava di me e della mia famiglia.
Ecco cosa significa per me scrivere.


Perdonami se a volte sono stata un’esecutrice ma sinceramente non mi pento, ognuno tira a campare per come può ed io in alcuni momenti avevo bisogno di gloria.
Ti ho delusa?
Questo tarlo farà strage nella mia testa.


Io comunque sono cresciuta. Ho provato ad andare avanti. I giorni si rincorrevano e diventavano mesi e i mesi diventavano anni ed io, nel frattempo, mangiavo tempo mentre  i miei sogni diventavano grandi.

P.S.
Non ricordo quasi mai ciò che scrivo. Ciò che esce da me è come se poi alla fine non mi appartenesse più e finisco per estraniarmi. Metto al mondo cose e non mi rendo conto della mia maternità. Sono forse una madre anomala?

to be continued…

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