
SEQUESTRO GIORNO 3
Stanotte penso che mi sia salita la febbre. Tremavo dal freddo e penso di aver gridato qualcosa o semplicemente lo stavo sognando. Mi è venuta in mente quella mattina di novembre.
Papà era a letto da giorni, non mangiava e beveva a stento. Ricordo ancora il suo viso impallidito e gocciolante per via del sudore che a tratti gli ricordava ancora di essere vivo.
Non parlava se non per salutarmi e rassicurarmi. Nonostante vivesse 24 ore su 24 a letto non chiudeva mai un occhio ed io stessa mi interrogavo sul perché.
Personalmente non ho mai avuto un buon rapporto con il sonno. Non ho mai amato dormire né mi sentivo soddisfatta quando dormivo più del dovuto. Si doveva dormire e lo facevo e sin da piccola sono stata sempre una vera nottambula. Ricordo quelle notti trascorse a guardare film con mamma o quelle a preparare i biscotti con le gocce di cioccolato con nonna Matilda.
Il sonno, con il tempo, è diventato un lusso che non mi sono più potuta permettere ma che soprattutto ricercavo. La mia insonnia mi rendeva estremamente vulnerabile e non mi permetteva mai di mettere a tacere la testa.
E tu ricordi le nostre sere che si facevano notti che diventavano albe in cui i nostri occhi si incrociavano tra una parola e l’altra? O i nostri eterni silenzi?
Ho imparato ad amare la notte, e non il sonno, perché niente ha più la sua luce e tu puoi dargli quella che vuoi. Ciò che ci fa paura di giorno la teniamo buia quando la notte cala e ciò che amiamo invece lo illuminiamo con le nostre torce del cuore per renderla più viva.
Di notte ho sempre amato leggere, ad esempio. Illuminare i libri con qualche lampadina tascabile, che recuperavo a stento, era ormai diventato uno sport agonistico.
I libri sono stati miei amici e conforto quando l’oscurità di cui avevo più paura era quella dentro di me. Ho letto tanto e quasi ogni genere classificabile e non, ma la poesia conserva dentro di me un posto sacro che rimane intoccabile. Il verso, il suono, le parole, il bisogno di esprimersi in poco e nascondere il tutto e il niente mi dona l’ebbrezza. La licenza poetica, il turbinio dei pensieri, che non per forza devono seguire un ordine, e l’ “Io” che si indaga per paura di non ritrovarsi più, sono ciò che mi hanno consacrata a lei per sempre.
Mio papà Alfredo, bello come il sole, è una delle persone più importanti della mia vita anche se non so di preciso se lui lo sa. Lo amo in maniera così totale che a volte il timore di non essere all’altezza mi ha impedito di viverlo più profondamente. Per me lui era infallibile ed intoccabile. Pensavo di potermi meritare il suo amore solo se rientravo in uno standard. Per molto tempo non abbiamo avuto una vera e propria relazione perché penso che entrambi avevamo paura di deluderci vicendevolmente. Avevo paura che lui potesse essere deluso nello scoprirmi fragile ed incapace (e non eccezionale per come pensava che io fossi) ed io avevo paura di esserlo , delusa, nello scoprire la sua umanità che un po’ scheggiava la super idea che mi ero fatta di lui. Avevamo sbagliato entrambi. Ci siamo ritrovati quando ho accettato che la mia umanità piena di errori era uguale alla sua. Nonostante la nostra diversità caratteriale io mi sentivo completa quando lui era vicino a me. Mi sono sempre mancate le sue coccole e la sua poca espansività. Tutto questo ha contribuito a rendermi il suo opposto in maniera quasi malata e compulsiva. Anche per quanto riguarda la fisicità mancata degli abbracci e dei baci, che hanno sempre giocato un ruolo fondamentale nella mia vita. Il mio pensiero è sempre stato “la notte” mentre il suo “il giorno” e questi continui scontri ci hanno portato a vivere bene, con il tempo, solo se separati ma questo non ha mai variato nulla di quello che con fatica abbiamo conquistato.
Dopo una settimana a letto piena di sofferenza, mio padre venne trasferito con urgenza in ospedale e dopo un intervento lungo 6 ore venne portato in rianimazione. Chiunque sentiva la notizia esordiva dicendo: “La rianimazione è quel luogo dal quale o esci vivo o morto.”
Ancora oggi, da aspirante medico, posso dirti di avere parecchie difficoltà ad entrare in rianimazione.
Papà superò la notte contro ogni pronostico e iniziò la sua lenta ripresa.
Abitò l’ospedale per 6 lunghi mesi. Mamma viveva più lì, tra una sala d’aspetto e una sedia a sdraio, che a casa. Nonna Matilda era tornata da Lampedusa appositamente per la situazione e si occupava di me insieme alle sue 3 sorelle nubili e tutte pensionate che vivevano a Palermo. Amavo stare con le ziette e soprattutto la più piccola di loro, Rosa, era diventata (e lo è ancora) uno dei miei punti di riferimento.
Le giornate passavano guardando i programmi pomeridiani, giocando a dama e ascoltando eterni rosari che perpetuavano la tradizione della scuola delle suore.
Ad ogni visita settimanale che facevo a papà, rigorosamente vestita di rosa, pensavo che l’odore dell’ospedale mi sarebbe rimasto addosso per sempre. Riuscirei a riconoscerlo tra mille e nonostante continui ad associarlo a quel periodo (e molti altri) ho deciso di renderlo un vantaggio. Com’è quel detto secondo il quale “devi fare delle tue debolezze i tuoi punti di forza?” Ecco per me è stata la stessa cosa.
Quando papà venne dimesso decidemmo di trasferirci a Lampedusa per un paio di mesi.
Non c’ero mai stata. Mamma non riusciva nemmeno a pronunciare il nome “Lampedusa” ed era impensabile per me, prima di allora, lasciarla sola per più di una giornata e raggiungere nonna.
Quel giorno il cielo era bellissimo… avevo le pupille dilatate dall’emozione, il cuore che batteva a mille e le mani sudate. Penso che non abbia mai provato, in tutta la mia vita, quella stessa sensazione di maestosità e impotenza che aveva caratterizzato quei momenti del mio primo volo.
Lampedusa fa parte delle mie radici.
Quando scesi dall’aereo, corsi incontro alla nonna e cominciai a piangere.
Mi sentii finalmente libera di abbandonarmi alla mia tenera età che non doveva chiedermi di essere forte.
I giorni a Lampedusa furono pieni di tante cose belle. Amavo i dolci, le passeggiate sul molo, il mercato del pesce con quella puzza che alla fine ami e quei pomeriggi ricchi di chiacchierate arricchite dal racconto di qualche barzelletta. Mia nonna conosceva tutti e tutti sembravano apprezzarla. Non ci voleva molto per essere conquistati dal fascino senza tempo di Matilda Vitti.
La nonna era un medico, un’internista per l’esattezza.
Si era laureata all’Università di Palermo ma aveva lavorato per alcuni anni a Roma ed era ritornata nella città natia per amore.
Quello tra i miei nonni paterni, Matilda e Ruggero, fu esattamente un colpo di fulmine.
Durante le vacanze estive la nonna aveva deciso di tornare a casa per stare un po’ con la sua famiglia. I ritmi ospedalieri non le consentivano di scendere molte volte in Sicilia e fu per questo che non volle ritardare neanche di un giorno la sua partenza.
Amavo la minuziosità con la quale la nonna mi raccontava e stra raccontava questa storia, ecco perché te la presenterò così piena di particolari che mi permettono di rivivere tutte le emozioni che la nonna mi trasmetteva facendo vibrare le corde della mia anima.
Nonna aveva staccato dall’ospedale alle 14.00 e alle 16.00 si trovava già sopra un aereo con destinazione “Aeroporto Punta Raisi”.
Nonna Matilde ricordava anche il posto in cui era seduta, conservava il biglietto aereo nella scatola dei ricordi: 10 C (lato finestrino).
Quel pomeriggio la sua vita cambiò per sempre, perché ad essere seduto al posto 10 B, accanto al suo, c’era mio nonno: Ruggero Montecristo.
Un palermitano dai caratteri normanni. Capelli rossi, occhi azzurri, una stazza imponente ed austera. Si era trasferito a Roma ma aveva la fama di essere, nonostante la giovane età, uno degli avvocati penalisti migliori di Palermo (seguendo la lunga tradizione della famiglia Montecristo).
La famiglia di nonno era fredda, distante ed assente. L’unico linguaggio capito e parlato, oltre l’assoluta venerazione del mio bisnonno Oreste, era il successo. Un’unità di misura che a lungo andare lede nervi, sentimenti ed emozioni. Il fallimento a casa di nonno era sintomo di inferiorità e come una delle peggiori epidemie doveva essere allontanato.
Ma nonno, nonostante il suo grande vuoto affettivo, me lo hanno descritto come un uomo affabile, dolce, divertente e affettuoso. Insomma la sua statura impauriva ma aveva un cuore morbido.
Quel pomeriggio d’estate mio nonno aveva deciso di prendere l’aereo da Roma per Palermo delle 16,00, per raggiungere i suoi amici e festeggiare la laurea del suo amico fraterno.
Inizialmente i due, trovandosi accanto, si ignorarono.
Poi fu il nonno a rompere il ghiaccio facendo una battutina stupida sulla hostess.
Risultò un tentativo così talmente mal riuscito che la nonna, dopo un attimo di sorpresa, scoppiò a ridere e da lì iniziarono a parlare senza più una fine.
Arrivati a Palermo l’imbarazzo del distacco e la voglia di aversi ancora aveva creato nei due una sorta di incomprensibile adrenalina che gli permise di scappare insieme, senza avvisare nessuno, verso la misteriosa spiaggia dell’Addaura dove il nonno aveva un piccolo villino di sua proprietà che dava su una vista che toglie il fiato.
Lí, nell’arco di una notte, consumarono qualsiasi cosa si potesse consumare in una relazione. La passione ardeva nei cuori, le arterie pulsavano un sangue giovane che aveva bisogno di amore e il cervello aveva lasciato la razionalità già su quell’aereo.
Il loro amore li bruciò fino a consumarli. Nei loro 20 anni assieme si tradirono, si picchiarono e provarono a separarsi molte volte ma non ci riuscirono mai. Qualsiasi cosa provasse ad intromettersi fra loro finiva sempre per autodistruggersi. Vivevano in una bolla di amore (che non so quanto di sano avesse) in cui solo loro potevano entrare ed uscire e qualsiasi cosa osava sfiorarli veniva rigettata con una cattiveria che lasciava senza parole. La coppia Montecristo era chiacchierata ma faceva paura. Nessuno osò mai spingersi oltre un certo limite per via di questa forza distruttiva che la loro unione dava come risultante.
La morte bussò alla loro porta dopo 20 anni di matrimonio e due figli rispettivamente di 13 e 9 anni.
Mia nonna seppellì la sua essenza insieme a mio nonno. Morirono con lui la sua bellezza, il suo cuore e qualunque cosa fosse solo “sua”: la voglia di viaggiare, di conoscere, di progettare, la sua maternità e la sua speranza di credere in un futuro. Penso che non riusciva più a vedere il mondo solo per lei.
Quando ti abitui a vivere condividendo, parlando “per due” e dormendo in uno spazio riempito da un altro corpo non sai mai come iniziare a rifare tutto senza.
Mia nonna decise di partire lo stesso giorno del funerale lasciando i suoi figli con le sue sorelle e sua madre.
Non riusciva a provare amore neanche per i suoi figli. Li odiava perché le ricordavano lui ma senza che lui ci fosse.
Corse in aeroporto ma non sapeva dove andare e davanti al tabellone dei prossimi voli in partenza si trovò “Lampedusa”.
Dopo pochi giorni dal suo arrivo l’esperienza di uno sbarco improvviso, in una notte tempestosa, la convinse a diventare un medico-volontario. Da quel giorno Lampedusa divenne la seconda possibilità della nonna, come un nuovo cuore trapiantato al posto di quello che si era spento con il nonno. Dopo un anno di fare su e giù tornò a Palermo, si licenziò definitivamente dall’ospedale, dove lavorava, e si trasferì con i suoi figli a Lampedusa dove divenne medico di famiglia e continuò la sua missione come volontaria. Riusciva a fare il tragitto Palermo-Lampedusa anche due volte a settimana per trovare la madre, mia bisnonna Ester, e le sue sorelle. Quando sua madre Ester morì, la nonna si poté stabilire definitivamente nella casa che ancora oggi è nostra a Cala Pisana.
Raccontarti la storia dei miei nonni mi ha messo la pelle d’oca ed ho una grande voglia di amare.
Ti capita mai di sentire questo bisogno di provare amore?
Io sono affamata d’amore ma non tanto nel riceverlo quanto nel sentirlo nel petto perchè mi rende migliore. Sento il bisogno di avere qualcuno a cui dedicare quelle canzoni smielate che tanto detesti.
Mi è venuto in mente anche di come la mamma, durante il soggiorno a Lampedusa, cercava di recuperare i nostri momenti perduti.
Era debilitata ma bella come sempre e profumava di “mamma” come non lo ricordavo più. Mi manca quell’odore adesso. Quei giorni, stretta tra le sue braccia, non mi sembrava vero di averla con me. La sua assenza era il mio peggior incubo. Adesso è la più triste realtà.
Le notti di quei sei mesi, in cui papà era in ospedale, accendevo puntualmente la luce della cameretta e guardavo, per interminabili minuti, una nostra foto attaccata alla parete e poi mi lasciavo ad un pianto che mi portava all’apnea. Nessuno poteva capire cosa significava non averla con me e non avere neanche papà. Ero legata a loro in maniera quasi morbosa. In loro avevo costruito la mia fortezza sicura ed invalicabile. Non so con il tempo cosa è successo. Ci siamo persi molte volte ma adesso so cosa significa provare quell’ “amore maturo” che ti permette di andare oltre.
Dopo quell’estate la nostra vita ritornava a poco a poco alla normalità. A fine settembre tornammo a Palermo.
NOTE:
Piccola, perdona il flusso di questo giorno così produttivo. Ho scritto molto e mi sento meglio ma la mancanza della mia famiglia si è fatta acuta nella mia anima. I gradi sono aumentati notevolmente qui sotto e tenere la mente impegnata mi ha aiutata a non farci caso.
Mi hanno interrotto più volte ma io ho provato a rimanere concentrata con tutte le mie forze.
Quando stavo consumando la razione misera della cena mi è venuto in mente il capolavoro di Torquato Tasso: “La Gerusalemme liberata”.
“Cibo non prende già, ché de’ suoi mali
solo si pasce e sol di pianto ha sete;
ma ‘l sonno, che de’ miseri mortali
è co ‘l suo dolce oblio posa e quiete,
sopí co’ sensi i suoi dolori, e l’ali
dispiegò sovra lei placide e chete;
né però cessa Amor con varie forme
la sua pace turbar mentre ella dorme.”
(da “Erminia tra i pastori”)
A scuola sono sempre stata affascinata dagli scrittori “del mezzo”: mai figli del loro tempo, con una sensibilità spiccata che gli permetteva di anticipare i tempi, però soffrendo la pena del non essere capiti.
Mi sono sempre sentita un po’ come loro, non certo perché mi voglio sentire “grande” in questo campo, ma semplicemente perché so cosa si prova a percepire dentro questo tormento. Per oggi dovrai accontentarti dei versi che ricordo ancora a memoria.
to be continued…