
SEQUESTRO GIORNO 2
Questa mattina mi sono svegliata sentendo ancora nelle orecchie quella ninna nanna che con suono soave, come latte e miele che stillava dalle labbra sbiadite di mia madre, mi accompagnava (e lo fa ancora) nel momento magico in cui dalla veglia passi al sonno o viceversa.
Sembrava una nenia di lingua mista tra il francese, un po’ dimenticato, di mia nonna Sigolene e l’arabo, ancora vivo, di mio nonno Youssef. Ma ciò che la rendeva inconfondibile era l’accento di mia madre Iman.
I miei nonni materni si erano conosciuti ad Asmara, la città natale di nonno Youssef.
Il nonno era molto intelligente ma poco istruito, aveva perso la madre da piccolo e si era ritrovato a fare il tuttofare per i suoi due fratelli più piccoli. Non aveva mai frequentato una scuola eppure sapeva leggere e scrivere senza troppa difficoltà. Amava in particolar modo la poesia e molte, soprattutto quelle più ritmate, le teneva tutte a mente.
La nonna invece si era spostata, durante l’adolescenza, da Rabat ad Asmara per trovare conforto presso una vecchia zia del padre dopo la morte dei suoi genitori (in eventi che non mi sono mai stati chiari).
Mia nonna iniziò a lavorare sin da subito come sarta e adottava il silenzio come difesa o come guanto di sfida.
Amava anche il disegno ed era bravissima. Tra il bianco dei fogli e qualche carboncino prendevano il volo le sue aspirazioni, i suoi drammi e le sue pulsioni. Difficilmente esprimeva i suoi sentimenti ma aveva trovato il suo personale canale di comunicazione (anche se nessuno vide mai i suoi disegni mentre era in vita). Era il suo talento, quella che doveva essere la sua strada se fosse stata più fortunata ma continuò a coltivare il suo sogno nel segreto di un taccuino. Quello stesso taccuino lo conservo nel secondo cassetto a destra della scrivania in noce dello studio di mio padre, ed è una delle poche cose che mia mamma portò con sé durante il tragitto in barca.
Ciò che conosco dei miei nonni lo so tramite i racconti di mia mamma che mi parla con orgoglio della loro vita coniugale e soprattutto della magica intesa che c’era tra loro.
I nonni avevano costruito una bella famiglia piena di valori e di allegria.
Mia mamma era l’ultima figlia e mio nonno pensò di comporre una ninna nanna da dedicarle. Quella stessa ninna nanna divenne la mia non appena emisi il primo vagito ed è quella che ritorna nei miei pensieri ancora ora.
In queste notti buie, quei suoni echeggiano nella mia mente e fingo di essere ancora avvolta in quel fagottino di coperte cullata dal passo claudicante di mia madre… ed è subito casa.
“Dors mon enfant de rêve
Dors mon coeur émerveillé
Dors la nuit sera brève
Dors mon coeur émerveillé
Dors la nuit sera brève
Dors mon coeur émerveillé ”
La mia nascita ha salvato mia madre nel momento più buio della sua vita e come una stella cometa le indicai la via.
Ricordo poco della mia infanzia e per avere qualche memoria più nitida dobbiamo spostarci al tempo dell’asilo.
Andai a scuola a tre anni e mezzo e fino a quel momento la mia vita era stata un susseguirsi di eventi che mi avevano portato una sensazione che però ricordo ancora: la noia.
Dicono che la creatività viene smossa o dalla follia o dalla noia ed effettivamente per me è sempre stato così.
Prima dell’asilo non avevo grandi rapporti con gli altri bambini, e non perché fossi poco socievole, ma perché per me e mamma era tutto più complicato.
Vivevamo in Corso Calatafimi, giù a Palermo, in una bella casa al primo piano di un palazzo storico. I nostri vicini erano tutti figli di avvocati, medici e politici e, nonostante il cognome di papà, il colore della pelle di mamma rimaneva un problema. Mio padre aveva macchiato l’onore di una rispettabilissima famiglia della città a causa di una donna eritrea.
Quando mamma era incinta, dopo pochi giorni dal loro trasferimento da Lampedusa in città, gli amabili vicini ci avevano servito su un piatto d’argento al gossip altolocato. Nessuno credeva che il padre della futura nascitura potesse realmente essere mio padre e così iniziarono a serpeggiare strane teorie su: matrimoni di convenienza, propaganda per futuri progetti politici e possibilità di ricevere incentivi pubblicitari per il matrimonio misto.
Ero una bastarda ancora prima di aver aperto gli occhi sul mondo.
Nel palazzo ironizzavano sul possibile colore della mia pelle, su come avremmo fatto a vivere e se mia nonna paterna Matilda stesse morendo dall’ira per la disgrazia che le era capitata.
Ma il giorno della mia nascita non si presentò nessuno.
“La nostra è stata una gioia solitaria” ripetevano sempre a casa.
Infatti dietro il vetro della nursery c’erano solo papà e nonna Matilda.
Al nostro rientro dall’ospedale, però, i vicini accorsero in massa per vedermi e rimasero stupiti.
Una bambina mulatta con i capelli neri e gli occhi azzurri.
Da quel giorno vivemmo l’isolamento in quanto nessuno ebbe più il coraggio di rivolgere la parola ai miei genitori.
La verità di una creatura era troppo difficile da digerire.
Però ci osservavano, lo so: dalle finestre, dallo spioncino della porta o dal cortile interno del palazzo. I nostri movimenti erano noti a tutti.
Al compimento dei miei 3 anni, in un gennaio particolarmente freddo per una Palermo sempre troppo calda, la signora Rossella incrociò mia madre sulle scale e le chiese: “Ancora la bambina non va all’asilo? Le farebbe bene, è così sola.”
Mia madre rispose solo: “Presto”.
Il primo giorno di asilo indossavo un simpatico grembiule rosa a quadretti bianchi e lo zainetto, realizzato da mia mamma con l’uncinetto, conteneva una borraccia con dei gattini e un trancetto al cioccolato. Ero felicissima mentre mamma…beh un po’ meno. Piangeva senza sosta perché era la prima occasione in cui stavamo lontane per più di mezz’ora. Ero il suo tutto: il suo svago, il suo sorriso, la sua famiglia e la sua forza.
Mi ha investito sempre di troppe responsabilità ed io ho finito sempre per preoccuparmi di cose che non mi dovevano riguardare. Penso di non averle mai perdonato di avermi dato questo peso troppo grande da gestire.
Ero l’unica bambina della classe che non piangeva ma, anzi, ero visibilmente felice e libera dalla solitudine di casa mia. Con curiosità esploravo il nuovo territorio e mi affacciavo alla socialità.
A scuola ero perspicace, vivace e curiosa.
Più avanti rispetto ai bambini della mia età ma con una sensibilità speciale.
Avevo trovato due compagnette con le quali giocare ed era bello perchè avevamo iniziato a vederci anche fuori scuola.
Io mi integravo e crescevo ma di pari passo lo faceva anche la mamma grazie al confronto con le altre.
Però qualcosa turbò quell’equilibrio.
Un giorno indossavo una gonnellina da cheerleader bianca a pois rossi. La ricordo ancora…ah… era la mia preferita! Adoravo come il bianco risaltasse su di me creando un contrasto puro, magnetico e totale. Era un giorno di inizio ottobre, avevo cinque anni ed io ero felice di essere a scuola. Quello stesso giorno un bambino di nome Christian (il più prepotente della classe) aveva deciso di abbassarmi le mutandine davanti agli altri. Nonostante la tenera età la sua intenzione era viva e reale. Lo aveva già fatto ad altre due bambine ma loro finivano per riderci sopra. Io avevo sempre provato disprezzo per quel gesto che mi sembrava una grande mortificazione nei confronti delle bambine prese di mira. Non riuscivo a capire il perchè di quel gesto, il perchè del continuare imperterrito nonostante tutte gridassimo di “no”.
Mi rincorreva, mi pizzicava la gonna e cercava di alzare quelle pieghe che si poggiavano delicate sulle mie coscette. Provavo troppo vergogna nel parlare con la maestra e cercavo di difendermi a suon di pizzicotti.
Era la ricreazione, maestre e bidelli distratti sorseggiavano caffè ed io stavo andando a buttare nel cestino l’involucro della mia merendina. Il pangocciolo, ancora da finire, in una mano e la sua confezione nell’altra: mani impegnate e nessun mezzo di difesa. Sentii un movimento di aria rapido, lo stridulo rumore di scarpe che sfregano come a frenare sul pavimento e delle mani che in millesimi di secondo mi fecero scendere gonnellina e mutandine fino alle ballerine bianche. Rimasi immobile, a brache calate davanti a tutti, e ciò che avevo nelle mani cadde per terra con un suono sordo.
Era la prima volta che sentii veramente dentro di me quel silenzio che ora mi porto nel cuore.
Il silenzio è un concetto che ha variato forma nella mia mente quasi in contemporanea al cambiamento del mio corpo. Il silenzio che provai quella volta era quello di chi torna a casa la prima volta da solo dopo aver dato sepoltura al proprio caro. Era quel tipo di silenzio che ti fa sentire come se a morire fossi stata un po’ anche tu, anche se il tuo cuore batte ancora.
I bambini iniziarono a ridere.
Ridevano, ridevano e non si rendevano conto di quanto mi sentissi umiliata e “nuda”.
Non piansi.
Quando mia madre venne a prendermi era furiosa e il giorno stesso mi fece cambiare scuola.
Nell’arco di due giorni persi tutto quello che avevo costruito ed iniziai a provare disagio verso il mio corpo. La nuova scuola dalle suore faceva schifo ed era pure privata. Da quell’esperienza ho sviluppato un’innata avversione verso il clero.
P.S.
Ricordare mi risveglia l’ “io lirico”. Stavo dormendo e mi sono venuti in mente questi versi, non potevo lasciarli marcire nella testa. Ho pensato che ad un sacco di ragazze è stata fatta questa domanda, ed effettivamente anche a me, e che forse poche hanno avuto il coraggio di rispondere per come avrebbero voluto (veramente).
Neanche io ai tempi l’ho fatto ed ecco adesso la mia risposta.
Non ho mai pensato di avere colpe, eppure a volte me le sento addosso.
Brenda, amore, spero che mai nessuno ti abbia fatto questa domanda… sento già il sangue pulsare nelle tempie al solo pensiero.
“Che cosa indossavi?”
il resto dei versi li troverai in qualche altra pagina sfusa.
to be continued…
TOPPPP🔝🔝
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fratm❤️
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Maria Lucrezia, nei suoi scritti, possiede un’abilità straordinaria nel penetrare l’anima dei suoi lettori, riuscendo a dar voce ai pensieri e ai sentimenti più profondi e spesso inespressi. La sua sensibilità e la sua empatia le permettono di diventare una portavoce autentica delle emozioni umane, riuscendo a rappresentare e a far emergere i sentimenti di chi, per vari motivi, non riesce a esprimerli.
Le sue doti d’introspezione sono notevoli; attraverso una profonda analisi interiore, Lucrezia riesce a esplorare gli angoli più nascosti dell’animo umano. Le sue capacità espressive trasformano questa analisi in una forma d’arte che non solo racconta una storia, ma offre anche ai lettori una via di catarsi. La sua scrittura diventa così un mezzo attraverso il quale il lettore può trovare sollievo, comprensione e, infine, un senso di liberazione emotiva.
Lucrezia sa creare un legame potente con chi legge, invitando a un viaggio interiore che rivela la complessità delle emozioni umane, rendendo ogni sua opera un’esperienza toccante e profondamente riflessiva.M.Antonina Rubino
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