La parola perfezione significa:
“Il grado qualitativo più elevato, tale da escludere qualsiasi difetto e spesso identificabile con l’assolutezza o la massima compiutezza.”
Basterebbe aggiungere il prefisso “in” per indicare l’opposto della definizione, appena citata, che chiunque può trovare sul dizionario.
La definizione di una parola è solo una parte che racchiude dentro sé un mondo molto più complesso e dalle difficili interpretazioni per l’umanità.
Imperfezione (a questo punto non serve darvi la definizione è l’opposto di quanto scritto prima) è una parola che suscita sgomento perchè parte da un assunto sbagliato che la collega all’errore, al negativo, a qualcosa che è il male, senza assolutamente nessun dubbio.
Ma perchè si è arrivati a questa concezione? E quali sono gli esempi nel nostro contemporaneo?
La perfezione come mito
Il mito della perfezione è qualcosa che nasce da molto lontano. Sin dagli antichi greci e latini era radicata l’idea di una perfezione che dovesse prendere ogni aspetto della vita di un individuo. Da quella morale, passando per quella fisica ed infine quella intellettuale (che si addice maggiormente a chi la cultura la faceva nei circoli di Mecenate o per diletto). “Perfetto” era sinonimo di bello e questa concezione, soprattutto nella letteratura e nell’arte, ha fatto sì che si creassero dei canoni sempre in aggiornamento e che mai rispecchiavano, però, la società contemporanea di cui l’arte e la bellezza si nutrivano. Basta pensare al canone di bellezza che veniva usato dagli antichi greci per definire la bellezza di qualcuno in base a proporzioni matematiche sul corpo o il “labor limae” di Cicerone che rendeva ogni testo perfetto sul piano stilistico.
Ma non è necessario andare così indietro per scoprire che il mito della perfezione è radicato profondamente nella società del secolo scorso e nel nostro mondo contemporaneo.
Adolf Hitler, assassino dittatore nazista, diceva:
“In un mondo imbastardito e ‘negrizzato’ sarebbero persi i concetti dell’umanamente bello e sublime.”
Fa strano pensare che un uomo del secolo scorso possa ancora pensare, dopo secoli di progresso, che esiste un mondo in cui il diverso possa essere sinonimo di imperfezione e quindi di bruttezza o addirittura di pericolo. Per Hitler esisteva un mito di perfezione che è andato ben oltre il “bello e il non”, infatti a causa del prototipo della razza ariana, che si basava purtroppo anche su falsi crediti scientifici, si è sentito legittimato a sterminare più di 6 milioni di ebrei; portatori, secondo il suo pensiero, di quel NON umanamente bello e sublime che lui stesso citava. La purezza della razza, era uno dei punti salienti della sua politica che mirava non solo all’espansione della Germania, come “nuovo impero”, ma anche su un’omologazione della popolazione sotto uno standard da lui deciso. In un posto dove non vi fosse spazio per “altro“, se non nella disperazione dei campi di concentramento, si è scritta una delle pagine più brutte della storia.
Ma è vero che la storia non insegna nulla se alla storia non si guarda per imparare e nel mondo di oggi alimentato da media, cultura popolare e aspettative sociali vi è una nuova concezione della perfezione che non fa altro che alimentare questo mito. Lo stesso da millenni che si presenta mutaforme.
I social media danno ogni giorno un messaggio di perfezione che non può essere raggiunto da tutti ma preteso da tutti.
Se nel 2025 molte ragazze e ragazzi si suicidano per via di uno standard che non possono raggiungere bisogna interrogarsi su cosa si è sbagliato nell’educazione alla vita, al rispetto di se stessi e dell’altro.
Imperfezioni, crescita personale e accettazione:
Al secolo scorso appartiene anche Rita Levi Montalcini, scienziata e premio Nobel per la scoperta dell’NGF, che evidenzia, nella sua biografia, il valore che invece hanno le imperfezioni (stesso secolo, visioni diametralmente opposte).
Ma queste imperfezioni, sono uno strumento che sottolinea l’unicità degli individui e la loro resilienza nei confronti di un mondo che li vuole tutti uguali. Se non esistesse l’imperfezione probabilmente, come dice anche la stessa Levi Montalcini, non ci sarebbe quello slancio a migliorare se stessi. Migliorare non per raggiungere uno standard, ma per far crescere la propria individualità in un’ottica in cui il pensiero divergente è ciò che rende geniale una persona. Gli errori e i fallimenti, così, non sono segni di debolezza, ma opportunità di apprendimento. La scienziata stessa è un esempio vivente di come le difficoltà possano essere trasformate in forza. Nonostante le sfide incontrate durante la sua carriera, tra cui la discriminazione di genere e le difficoltà durante la Seconda Guerra Mondiale, Levi Montalcini ha perseverato, passando anche attraverso un percorso di accettazione del sè che è fondamentale in questo processo.
Se esistesse un mondo perfetto, non ci sarebbe spazio per il miglioramento o per l’invenzione. Ogni scoperta è il risultato di numerosi fallimenti, e ogni fallimento porta con sé una lezione preziosa.
Nell’oggi che si vive, in cui l’autostima è spesso minata dal confronto con standard irrealistici, Levi Montalcini invita tutti a riconoscere e apprezzare le proprie peculiarità. L’accettazione delle imperfezioni, infatti, non significa rassegnarsi alla “mediocrità” (come se mediocre non sia un sintomo di libertà assoluta di non avere il peso del mondo sulle spalle (come dice Zerocalcare), ma abbracciare l’umanità in tutta la sua complessità e bellezza.
Inoltre, se non ci fosse l’imperfezione, probabilmente non si potrebbe mai conoscere le capacità di problem solving che ogni individuo ha dentro se stesso. Solo a contatto con l’imprevisto di una realtà che è diversa da come la vorrebbero: i social media, chi lotta per la massificazione e il consumismo, si può vedere di cosa è capace ogni singolo individuo che riesce a divergere dal pensiero comune e si spinge al di là delle colonne d’Ercole del sapere.
Senza imperfezioni non ci sarebbe crescita in tutti i campi.
Non ci sarebbe nemmeno umiltà e umanità nell’accogliere l’altro.
Quindi, non bisogna insegnare ai bambini, sin dalla tenera età, a correggere le imperfezioni come se fossero dei “difetti” ma bisogna insegnare loro come poterli rendere i loro punti di forza.
Un primo passo avanti sarebbe quello di cambiare dalla spaventosa parola “difetti” alla più positiva parola “peculiarità”. Che ne pensate?
Nessuno è perfetto, e questa è la conclusione più vera alla quale si può arrivare perché anche la natura, è di per sé imperfetta, mutevole, umana, mai uguale a se stessa.
E se un saggio latino come Seneca riesce, guardando alla sua umanità, ad affermare che:
“Non sono saggio, ne sarò”
allora si può affermare che il processo verso la liberazione dal mito della perfezione non solo può portare benessere interiore ma un generale miglioramento della società in cui si vive. Perché solo in questo modo si troverà la via del progresso e dell’emancipazione.
Vostra, Maria Lucrezia Rallo
